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transmission

   preface
working out the transmission

   introduction
trasmesso 27 agosto...

   angela vettese
art knows what it was
which place takes cinema
not for sale
interferences 1
in girum imus nocte
interferences 2
interferences 3

   joseph kosuth
constructing conflict
owning empathy
posttrauma syndrome
i volti del terrore
a well for palestine
una risata orribile
libertà di culto, libertà di critica
the walls below

   rirkrit tiravanija
la paura mangia l’anima
olvido
maybe tomorrow
interferences 4
burn a book
interferences 5
tu non hai potere
o.T.
la distribución del tiempo
interferences 6
come ottenere successo in arte
we have moved...
   epilogue
   
      
UNA RISATA ORRIBILE


STEFANIA DE VINCENTIS — JUST MARRIED. Still da video, 2004


A terrible smile of an ordinary day, too far from the real war but too close to our daily indifference

   | Gino Di Costanzo. Credo sia innegabile che il cortometraggio di Stefania De Vincentis costringa a pensare. Di per sé è già un piccolo merito. E non importa se le riflessioni e le emozioni che suscita vanno forse al di là delle stesse intenzioni dell’autrice: un “compositore”, qualunque sia il codice che sceglie per comunicare, spesso non sa di sapere, ed è questa la magia del fare creativo. Personalmente credo che la fruizione della clip avvenga su tre livelli:

   a) il primo livello percepisce il filmato come il racconto della presentazione di un video agli studenti e professori di una scuola d’arte;
   b) il secondo livello focalizza sulle immagini vere e proprie che diventano progressivamente il centro della narrazione, lasciando ai margini gli spettatoriattori parzialmente svogliati e distratti;
   c) il terzo livello è piú propriamente emozionale, e proviene dall’interazione degli altri due.

   Il livello a) sembra servirsi delle tecniche dello straniamento proprie del teatro epico di B. Brecht, ed è esso stesso straniante. Il ricercato, finto dilettantismo della confezione filmica, le icone di Windows che si intravedono all’inizio della proiezione, la colonna sonora placida e ripetitiva —che richiama alla mente degli italiani tele-dipendenti ben altre immagini— sono il vassoio sul quale Stefania presenta il suo “spettacolo”.
    Il tutto appare congegnato per spiazzare colui che guarda questo breve filmato; persino la scelta del “font” svolazzante e leggiadro per i titoli di testa (e di coda) contribuisce a creare una tranquilla atmosfera da album fotografico di famiglia, il reportage di un viaggio di nozze o cartoline mandate da un viaggio in autobus col dopolavoro ferroviario. Una “cosuccia” ordinaria e banale insomma, il che rivela la feroce ironia dell’autrice, feroce, anzi mostruosa, come la sua risata che fa da contrappunto alla proiezione.
   Il livello b) colpisce per la squallida crudezza delle immagini inserite sullo sfondo di anonimi angoli del centro storico di Venezia. Ciò che stupisce è che dalla composizione fotografica non risulti immediatamente un attrito, una frizione tra il terribile soggetto e il contesto nel quale è inserito. Quasi nessun contrasto, insomma. Eppure sono foto di torture e umiliazioni da un teatro di guerra, ma dov’è la guerra? E dov’è l’Iraq? Dov’è il Sudan? La guerra —con tutto il suo bagaglio di orrori— c’è ed è tutt’ora in corso, lo sappiamo. “Lo sappiamo?” sembra chiederci Stefania. In un centro storico italiano alcuni volgarotti turistitorturatori americani ci sorridono. Quel contesto architettonico sembra rendere quei ritagli fotografici stranamente familiari, insopportabilmente vicini, nostri. E poi quella musica, quella risata (un piccolo colpo di genio), gli spettatori-attori distesi e rilassati come i partecipanti ad un happening di musica rock, che fastidio... e qui entriamo nel
   livello c). Tutto sembra concorrere affinché quelle immagini irrompano nella nostro quotidiano, ci appartengano, diventino “normali”. L’autrice ci trascina ad immedesimarci nei ridanciani colleghi che assistono alla proiezione, a partecipare controvoglia ad un allegra cena tra amici dove si servono spezzatini di carne umana. È proprio adesso che la soave,“mostruosa” risata di Stefania restituisce d’improvviso tutto l’orrore ed il degrado a quelle immagini che sembravano cosí innocue, nel momento stesso in cui quella risata sembra la nostra. Ho avuto nettamente l’impressione che questo cortometraggio ci metta davanti ad uno specchio: forse non siamo noi i torturatori, ma siamo in qualche maniera loro complici. Quelle cartoline che la De Vincentis ci manda, dopo un po’ mettono a disagio, poiché provengono da un viaggio nei luoghi della nostra inammissibile indifferenza. “Tanti auguri a tutti i just married”, sorride Stefania, ci siamo appena sposati con il lato piú buio di noi stessi.