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transmission

   preface
working out the transmission

   introduction
trasmesso 27 agosto...

   angela vettese
art knows what it was
which place takes cinema
not for sale
interferences 1
in girum imus nocte
interferences 2
interferences 3

   joseph kosuth
constructing conflict
owning empathy
posttrauma syndrome
i volti del terrore
a well for palestine
una risata orribile
libertà di culto, libertà di critica
the walls below

   rirkrit tiravanija
la paura mangia l’anima
olvido
maybe tomorrow
interferences 4
burn a book
interferences 5
tu non hai potere
o.T.
la distribución del tiempo
interferences 6
come ottenere successo in arte
we have moved...
   epilogue
   
      
POSTTRAUMA SYNDROME


KATERINA DOLEJSOVA — RITORNO AL MIO PAESE NATALE. Still da video, 2004


Report from a little village in the North-East of the Serbian Republic of Bosnia. No traces of war. Only in the eyes of a child are engraved the atrocities of an incomprehensible tragedy.

   | Gianluca Torregrossa. Dieci ore di volante, di sigarette spente nei piccoli posacenere dell’auto. Dieci ore durante le quali il finestrino cambia e ti passa immagini diverse; pillole fotografiche che corrono veloci e racchiudono in loro anni di storia, culture, lingue, odori e profumi che tu inevitabilmente perdi.
   Mentre ti avvicini alla tua meta, un piccolo paesino a nord est della repubblica serba di Bosnia, le immagini diventano piú forti e il colore che prevale è il rosso mattone. Quello della terra a lato della strada, quello dell’orizzonte con il sole che cala, quello delle case e degli edifici per la maggior parte Così dentro me un po’ di amarezza cresce: i miei occhi erano già abituati dai servizi sui telegiornali a vedere segni tangibili di distruzione, di colpi, di morte, di case abbattute, di ponti distrutti. E qui tutto questo non c’era piú, tutto già ricostruito dai numerosi e disomogenei aiuti internazionali.
   Qui la guerra non appariva piú e inutile già mi sembrava il mio viaggio. Appena scesi dall’auto incrociai gli occhi di un bambino, venuto incontro alla novità che interrompeva la monotonia delle sue giornate: una macchina con persone estranee. I suoi occhi avevano qualcosa di strano, particolare, di agghiacciante. Non capivo eppure era come se mi guardassero da una prospettiva diversa, obliqua rispetto alla vera direzione delle sue pupille. Qualcosa si celava in lui. Qualcosa che traspariva solo dal suo sguardo e che poi scoprii essere presente in tutti gli abitanti di quel paese.
   Era la guerra, quella ancora viva, cruda, presente, struggente. Era la guerra che si era impossessata delle loro menti, delle loro psichi, dei loro sogni, e che aveva trasformato tutto in incubo vero, in ricordo tremendo, in violenza, sopruso, aggressione. Uno stupro collettivo dell’equilibrio mentale di tutto un Paese intero, di milioni di persone, che ancora si nutriva e si accresceva dopo che le bombe non esplodevano piú e il rumore degli spari era solo ricordo. Ecco la guerra. Ecco la malvagità, la incomprensibile dinamica sociale che porta tutte le persone, vinti e vincitori ad impazzire nel ricordo. Le immagini passano ancora attraverso i loro occhi, anche ora che la Pace è stata stipulata da firme scritte con l’inchiostro. Il trauma della donna stuprata davanti al proprio figlio, del ragazzo non ancora sedicenne che ha ammazzato il vicino di casa, dell’uomo deportato nei campi di concentramento sorti all’insaputa di tutti, dove le condizioni umane e sociali delle persone erano drammatiche. Ecco la guerra, quella che ti sconvolge, quella che ti traccia un nuovo immaginario solco in un lobo del tuo cervello. Ecco il trauma, quello che non passa nemmeno dopo aver ricostruito le case e aver riportato acqua e luce. Ecco la tragedia: gli occhi di un bimbo obliqui rispetto al suo sguardo.