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FILOSOFIA DEL TERRORE

What is terrorism (according to Habermas and Derrida)?

   | Kridu (Venezia). L’11 settembre 2001 è davvero l’evento che manifesta il terrorismo al mondo? Quali le responsabilità e di chi?
   Almeno in questo, nel porsi domande che non si lasciano pregiudizialmente confinare in logiche politiche o patriottiche ma che costringono a pensare, due grandi filosofi del nostro tempo, Habermas e Derrida, mostrano una affinità che va oltre le rispettive posizioni filosofiche.
   Entrambi interpretano il terrorismo come una patologia della modernità, ma la interpretano in modo differente.

  Jürgen Habermas

   Secondo Habermas, il terrorismo nasce dal fondamentalismo ovvero dal rifiuto di quell’aspetto della modernità che nega l’esistenza di una sola prospettiva epistemica onnicomprensiva sul mondo. Il fondamentalismo diventa terrorismo nella risposta violenta al processo di “modernizzazione” accelerata: “le condizioni complesse di vita delle società pluralistiche sono ormai normativamente compatibili solo con un tipo rigoroso di universalismo, che consiste nell’uguale rispetto per ciascuno”. La strategia da tentare contro il terrorismo è quella della ricerca di un “linguaggio comune”, che traduca punti di vista culturali e politici diversi, in vista di una comprensione reciproca, con la creazione di strutture (le istituzioni, le procedure) che permettano una comunicazione non distorta o manipolata. Ma Habermas stesso riconosce che ciò non basta. È il modello della democrazia partecipativa assieme alla tolleranza che permette di perfezionare il dialogo. La democrazia permette un’autocorrezione della soglia di tolleranza a cui è sottoposto una cultura nel suo scambio dialogico con un’altra.
   Se per Habermas il terrorismo è patologia comunicativa della modernità e, come tale, ha la propria cura in una ragioneuniversale”, per Derrida invece si tratta di una malattia autoimmunitaria di cui non possiamo ancora indicare un rimedio.
   Secondo il filosofo francese, infatti, terrorismo e fondamentalismo —in una parola: la violenza— sono i sintomi di una patologia autoimmunitaria globale, forse dovuta proprio a quella “ragione” che vuole imporsi come universale senza tutelare le differenze. In questa luce, anche l’11/09 appare come parte di un processo autoimmunitario, la cui prima fase inizia ai tempi della guerra fredda. L’11/09 infatti può essere interpretato come l’ultimo anello di una catena non solo simbolica, che lega persone addestrate negli States, tramite persone interessate all’economia americana, a “terroristi” preparati e usati proprio dagli States in funzione antisovietica (si pensi a Bin Laden) durante la guerra fredda. Le radici della minaccia terroristica provengono dalla guerra fredda, dalla disseminazione del terrorismo addestrato antisovietico e filoamericano, dalla disseminazione del potenziale nucleare nonché delle strategie militari e di controllo politico americano. L’aggressione agli States, insomma, proviene “come dall’interno”, proprio come nel caso di una patologia del sistema immunitario. La seconda fase di questo processo —prosegue il filosofo— coincide con la fine della guerra fredda. La “vittoria” del polo (filo-)americano, che sosteneva l’ordine e la possibilità stessa del “mondo”, ha causato la perdita dell’equilibrio del terrore, aprendo alla minaccia terroristica non-nazionale, non-prevedibile, non-politica. La terza fase, infine, è quella aperta dall’11/09: la “war on terrorism”. Ma il confine tra guerra e terrorismo non è mai netto, preciso e “piú un concetto è confuso piú è docile ad appropriazioni opportunistiche”. Non esiste bombardamento cosí intelligente da impedire che chi venga bombardato non risponda, per reazione o per rappresaglia, legittima o meno, per resistenza o per disperazione, per cecità o per fanatismo, alle bombe con le bombe.

  Jacques Derrida

   A differenza di Habermas, Derrida sostiene che sono proprio il concetto di democrazia e quello di tolleranza ad essere “sospetti”. La democrazia deve ricorrere alla violenza per contenere le forze antidemocratiche; la fondazione della legalità democratica è una fondazione violenta, al di là della legalità stessa. L’utopia politica di Derrida sogna una democrazia che vada oltre i limiti del cosmopolitismo, dello stato mondiale o politico (delle regole per essere cittadini): “la démocratie a-venir” è un “vivere insieme” di esseri singolari che non sono cittadini, né soggetti giuridici, né stati.
   Al concetto di tolleranza, ambiguo e con troppe sfumature religioso-paternalistiche, Derrida preferisce quello di “ospitalità incondizionata” che accoglie e si apre a chiunque, anche a chi non è atteso, non è identificabile o prevedibile, che si apre al totalmente altro. È l’ospitalità incondizionata l’utopica cura alle patologie della modernità, per una democrazia “a-venir”: perché “il proprio di una cultura è di non essere uguale a se stessa”.