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USA E GETTA — L’ISTRUZIONE DA BUTTARE

Your new academic degree is something to use immediately — tomorrow it might be expired

   | Antonella Cimino (Roma). Chi avrebbe mai potuto immaginare che la diffusione di benessere si sarebbe potuta trasformare in una sciagura umana? Per quanto iniquo, il sistema economico moderno consente comunque a qualsiasi abitante del Nord del mondo di possedere un cellulare di scarsa/media qualità; cosí come un’automobile di scarsa/media qualità; cosí come un titolo di studio di scarsa/media qualità.
   Apparentemente hanno poco in comune un cellulare con una laurea: in realtà, entrambi sono troppi, in giro, e —soprattutto— di qualità troppo scarsa.
   Bicchieri di plastica, cellulari, automobili: sono nati con l’idea di agevolarci nel quotidiano. In realtà perdono, di giorno in giorno, il valore d’uso e il valore commerciale di partenza. Siamo sommersi da quantità di plastica che non siamo ancora capaci di smaltire; siamo alle prese con progetti antismog e le nostre vite risultano sempre piú stressate dal traffico metropolitano; ci affanniamo a conseguire titoli di studio che troppo spesso non corrispondono all’acquisizione del famoso sapere critico marxiano in grado di svincolare l’individuo dal rischio dell’omologazione e che, oltretutto, non ci garantiscono il tanto agognato “posto fisso”.
   Non vorrei soffermarmi sull’immenso valore intrinseco di un sapere critico: ciò che mi interessa evidenziare è che, forse, rinunciarvi non è di per sé tanto conveniente, sebbene i fautori di questo nuovo sistema formativo sostengano il contrario, insistendo piuttosto sulla necessità di svecchiare il preesistente sistema, troppo poco rivolto al mondo del lavoro, e quasi fine a se stesso.
   La verità è che la maggior parte di ciò che viene propinato nei centri di studio si presta molto alla banalizzazione e riproduce un sapere che non riesce a configurarsi né come “di settore” né come “onnicomprensivo”. Massimo Canevacci, docente di antropologia culturale presso la facoltà di Scienze della Comunicazione de “La Sapienza” di Roma, afferma che la didattica non è didattica senza il supporto della ricerca: L’Università non deve essere luogo della riproduzione del sapere: l’Università è lo spazio dell’innovazione dei saperi. Ritengo che sia questa una vera teoria moderna: senza ricerca, la didattica ha poca credibilità, in quanto si presenta incapace di fornire un’impalcatura sufficientemente robusta da resistere all’implacabile vento dell’omologazione da cui oggi siamo costantemente investiti. Peccato che gli stessi fautori del nuovo sistema, non abbiano previsto affatto un ruolo di prim’ordine per la ricerca, la quale viene anzi continuamente sfiancata da umilianti tagli agli atenei pubblici italiani. D’altro canto, il progetto si completa armonicamente proprio con la metodologia didattica utilizzata: è ormai considerato normale l’utilizzo di lavagne luminose capaci di ipnotizzare attraverso una serie di “slides” accompagnate dalla voce monotona di un assistente in erba o di un demotivato docente a contratto. Tutto teso all’intorpidimento della vivacità intellettuale pericolosamente radicata fra gli studenti.
   Ma è proprio vero, poi, che questo genere di “scienza” ci possa condurre con piú facilità verso un futuro all’insegna dell’efficienza e dell’efficacia? A me sembra una doppia perdita: rinunciamo al valore intrinseco e siamo emarginati da un mondo del lavoro colonizzato da vecchie generazioni di personaggi piú o meno saggi, piú o meno capaci, piú o meno creativi ed efficienti. E mi sembra pure che l’associazione fra sapere superficiale e preconfezionato e precarietà sia purtroppo sistematica.
   Tanto che oggi si parla con estrema disinvoltura di “lavoro autonomo creativo”, non come ultima spiaggia, ma quasi come si trattasse di un’imperdibile opportunità. Ma altrettanto diffuso e condiviso da tutti è anche il concetto di “incertezza”, espresso egregiamente da Ulrich Beck, il quale evidenzia lo stato di precarietà ormai diffuso e vissuto passivamente che, lungi dall’essere vissuto come quell’imperdibile opportunità, crea solo smarrimento.
Ed è proprio in questo contesto che si inserisce la violazione del diritto allo studio: cosí, lo Stato, che dovrebbe fare da garante di un diritto acquisito ormai da tempo, si fa complice di un progetto in cui moltissimi crederanno di sapere, pochi sapranno.
   In questi buchi neri della conoscenza si annideranno le nuove élites.