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LIBRI SENZA LETTORI

In the ranking list of the reading nations Italy is at position 11 among 15 in Europe. Dante e Boccaccio are going to turn over in their grave...

   | Luca Acquarelli (Milano). Mi chiedo quale sia l’evento editoriale degli ultimi mesi. Faber, con la sua magnifica storia di una prostituta che combatte contro il suo tempo. Oppure Frantzen, con le sue stupende pagine su una folle (ma quanto piú normale) famiglia americana. O ancora Lucarelli e i suoi instancabili gialli conditi di noir. Tutti autori che meriterebbero l’appellativo di caso editoriale. Ma se devo essere piú pragmatico, mi accorgo che, per l’Italia, il vero caso editoriale è rappresentato dai libri usciti con i quotidiani. Intere collane (un po’ troppo eurocentriche per la scelta degli autori, ma tant’è) di ristampe di capolavori dell’Otto-Novecento, poesia e prosa, che hanno raggiunto un grande successo di pubblico. Nel panorama italiano dell’editoria ciò rimane una felice ed unica eccezione, forse perché gode dell’effetto “ovetto-sorpresa”: si compra il prodotto (quotidiano) perché si ha la percezione che ci sia un plus di valore contenuto in un allegato, in una sorpresa, (il libro) — ma stento a crederci: i libri in questione costano abbastanza da far recedere chi è interessato solo ad arredare gli scaffali del salotto.
   Ciononostante non esiste nessun fenomeno “italiano medio rinsavito dalla sua pigrizia letteraria”: non superiamo il tetto del 42% di lettori a livello nazionale, tre punti al di sotto della media europea. Non piú di 20 milioni di italiani leggono almeno un libro l’anno (compreso, senza sminuire il loro spirito, il milione di copie delle barzellette di Totti). Di questi solo un risicato 18% dice di utilizzare i testi per lavoro. Ma allora, dove si aggiornano i nostri manager, i nostri insegnanti, coloro che costruiscono la nostra società? Su Internet?
   Questi e molti altri dati emergono dalla nuova indagine “Dalla domanda di lettura alla domanda di cultura”, una sorta di libro bianco curato dall’Ufficio Studi dell’Associazione Italiana Editori, recentemente presentato agli “Stati Generali dell’Editoria” tenutisi a Roma a metà settembre. Il Ministro Urbani, intervenuto al convegno, ha avuto questo slancio: “Sono d’accordo con voi che è inaccettabile non trovare fondi per l’editoria, ma di fronte a servizi pubblici che rischiano di non andare avanti, è chiaro che la priorità è quella” (“Corriere della Sera”, 15.9.04). Ma sig. Urbani, chi ci crede? Questo ardire non glielo perdonerebbe nemmeno il Suo ufficio stampa! Sono piú di tre anni che si raschiano le casse dello Stato per il calcio, per il digitale terrestre, per il cinema: perché lasciare fuori l’editoria? Forse perché è un business minore? Non sarebbe ora di studiare, con il supporto del Governo, strategie che diffondano la domanda editoriale tra la gente?
   Perché? Per non vedere la lingua italiana ridotta ad un codice da fiction televisiva, e i nostri ambienti di lavoro, di divertimento, di aggregazione, un ricettacolo di luoghi comuni.

| background: Osservatorio permanente europeo sulla lettura 2003 “Le immagini del lettore forte negli studi in Europa” A cura di Anna Signorini