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DARIO FO’S ENTLIGHTENING DOUBT

The Italian Nobel prize for literature gives us his key to reach the joy of knowledge. Interviewed by Luca Acquarelli, Dario Fo explaines how to keep the texts alives, through curiosity, playing, and metaphors inspired by the architecture language. By Luca Acquarelli (Milano)




| > Signor Dario Fo, qual è la sua idea sul rapporto che si dovrebbe instaurare fra maestro e alunno, docente e discente, insegnante e studente?

> FO: Il buon insegnante è quello che pone sempre il suo discorso senza pretendere di essere nel giusto ma inserendo continuamente dubbi nelle sue tesi. Se il maestro già definisce assoluto ciò che va insegnando, brucia la possibilità della dialettica e quindi dell’arricchimento che l’insegnamento può produrre, l’arricchimento delle tesi. Bisogna imparare ad esercitare con lo studente il gioco della verifica: ognuno deve approfondire i problemi e verificarli. Quello che è il metodo, le cosiddette regole, in assoluto è molto pericoloso, negativo. Come sempre: elogio al dubbio e alla ragione. La ragione senza dubbio non esiste. <

> Bisogna avere attenzione nell’applicare il metodo?

> FO: Io sono contro l’ordine. Lei sa che io vengo da architettura, un corso di laurea dove c’è ordine: gli stessi modi di concepire lo stile di un’architettura vengono chiamati ordini. Ecco, io sono contro l’idea di bloccare un programma, un discorso, una lezione, con un’assolutezza definitiva. Io stesso nel tempo ho variato, notevolmente in certi casi, i testi che vado recitando, magari da quarant’anni, proprio perché li ho lasciati aperti. Se li avessi chiusi mi sarei bloccato e non mi avrebbe piú divertito recitare e questi testi non avrebbero piú avuto il pregio che io credo abbiano, la cosa principale: sono tutti adattabilissimi al tempo in cui viviamo, alla cronaca del nostro tempo. <

> Ho seguito con grande interesse didattico la sua recente lezione-spettacolo sul Duomo di Modena. Secondo Dario Fo “insegnante”, quale funzione ha la lezione universitaria nel mantenere i testi e i monumenti della cultura aperti e vivi?

> FO: Insomma, io Le dico: ho studiato architettura, purtroppo senza terminarla. Sogno ancora di essere fra i banchi dell’università, i tavoli, assistere alle lezioni, dare gli esami. Ma alcuni esami li ho dati e ho avuto anche buoni voti. Mi ricordo un discorso che è stato fondamentale per me: quello della pianta e dell’alzato. Quando fai il progetto di una casa devi tenere conto della sezione orizzontale, la pianta e di quella verticale, l’alzato. Ma prima di disegnare devi girare con la mente intorno alla casa che hai intenzione di costruire: devi girare a tutto tondo. Poi disegnare il progetto, pianta, alzato e infine il prospetto. Ma quando hai finito di fare ciò non hai assolutamente terminato: c’è la dinamica, il peso, il materiale, la condizione del terreno, la condizione atmosferica. I temi che devi portare avanti sono infiniti. E questo vale per tutto! Per la letteratura, la poesia… Dante Alighieri è un poeta che non finisce mai di stupirti e di porti dei problemi. La Divina Commedia: Dante era sicuro che esistesse l’Inferno, era convinto che ci fosse il Paradiso, il Purgatorio? Io credo di no e lo vedo e lo noto facendo il tutto tondo, facendo pianta e alzato, girando intorno alla poesia, badando bene al comportamento generale del poeta, al suo essere, a cosa diceva, come si muoveva. <

> L’università, quindi, oltre a dare gli strumenti, deve insegnare la complessità?

> FO: Certo. Questa è la vera pratica. Non basta dare gli elementi tecnici: poi devi metterli in pratica e ti accorgi che ci sono altri problemi che non studi. Lei prima citava la mia lezione sul Duomo di Modena: ebbene questo tempio è stato visto e rivisto, studiato e analizzato, sono stati scritti molti testi. Io ne ho letti in gran parte, quasi tutti. Di cosa mi sono reso conto? — Questi autori non si sono accorti di particolari che invece erano determinanti, erano le chiavi di lettura necessarie per capire la nascita di questo Duomo. Particolari che hanno reso questo Duomo il libro di pietra dell’architettura Europea. <

> A proposito di Europa. Rifkin ha firmato il suo ultimo libro con un titolo eloquente “Il sogno europeo”: Lei crede nella realizzazione di questo sogno o piuttosto pensa che sia l’anticamera di un fallimento?

> FO: Io dico che è necessario che si realizzi. È il discorso dei grandi equilibri. Soltanto se l’Europa riesce ad unire e a legare, senza farne un minestrone, ma nella posizione distinta, dinamica, tutte le proprie esperienze e le proprie culture, ci sarà un grande vantaggio per tutti noi. <

> E quale ruolo ha l’università in quest’Europa?

> FO: L’università ha il ruolo di togliere i preconcetti, le presunzioni: per ogni università evitare di credersi al centro del mondo oppure, d’altro canto, mortificarsi pensando di non avere le forze, di non avere il sufficiente appoggio internazionale come succede in certi approcci pessimistici. L’università deve fornire elementi che arricchiscono, e non castrano, lo studio e la didattica. <

> A chi spetta dire la verità? Agli intellettuali, ai docenti o agli studenti?

> FO: Tutti devono concorrere ad essere sinceri. La verità è una delle basi del sapere. Mi ascolti: imparare preciso, perfetto, attraverso esposizioni definitive, bugiarde, ipocrite è veramente come costruire le case sulla sabbia, dopo aver raccontato che la sabbia è, magari, la base migliore per la costruzione. <

> E se la verità viene censurata?

> FO: Ma la lotta è proprio quella contro la censura! Contro la menzogna, che è il blocco della verità. <

> Crede che i tempi siano maturi per una rivista universitaria europea come WORK|OUT?

> FO: Produrre documentazione, discorsi, confronti è sempre positivo. Il guaio terribile della nostra civiltà è la mancanza di informazione. Sembra paradossale: abbiamo innumerevoli mezzi di comunicazione di massa eppure… Quando, ad esempio, vado in Università per tenere degli incontri, mi accorgo che gli studenti sono male informati: conoscono accenni alla storia, alla cronaca, ma senza i termini fondamentali delle cose. Cosí rischia di poter vincere la falsità perché non c’è possibilità di confutare e di capire. Questa è la cosa difficile da evitare. <<

| il sito di Dario Fo