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SEX-WORKERS, NON SCHIAVE

Adrijasevic’s research “The difference borders make” has been published in the first issue of Studi Culturali and analyses the experiences of migrant women who worked as sex-workers in Bologna, it criticises the rhetoric and politics of human trafficking

   | Mauro Turrini. Veramente tutte le prostitute trafficate sono state costrette alla migrazione? — Intervistando venticinque ex-prostitute di paesi dell’Est non appartenenti all’Ue tra i 18 e i 25 anni, Rutvica Andrijasevic (Università di Utrecht) ha svelato una situazione opposta alla retorica della tratta in Italia.
   Innanzitutto, vengono a cadere gli stereotipi dei mass-media che rappresentano le prostitute come vittime ingenue coinvolte nel traffico con l’inganno. Le donne che stringono un contratto di prostituzione generalmente non sono alla loro prima esperienza migratoria e scelgono il mestiere attraverso reti di conoscenze personali, consultandosi con chi già vive una simile esperienza. La durezza delle loro condizioni lavorative non deve farci dimenticare che la loro è una decisione che va inquadrata all’interno di un piú ampio progetto migratorio, in cui la prostituzione è un mezzo e non un fine. Anche le associazioni religiose e femministe impegnate in progetti di recupero insistono esclusivamente sulla violenza subita dalle sex-workers e, senza considerare la loro condizione di migranti, ci propongono un’immagine sessuata dell’attraversamento e la tratta come attività criminale.
   Nonostante sia ispirato dal nobile desiderio di protezione verso identità offese, il discorso dominante costringe le prostitute in un angusto meccanismo on/off di identificazione e disidentificazione, intensificando il penalizzante regime disciplinare cui sono sottoposte. Un esempio concreto si trova in una misura della legge Turco-Napolitano volta alla protezione delle fasce deboli (l. 40/1998, art.18), che concede il permesso di soggiorno a persone trafficate, ma solo a condizione che le loro vite siano in pericolo nel paese di provenienza.
   Piú in generale, la vittimizzazione della prostituzione, divenendo valore giuridico e sociale, si inserisce nella formazione della nuova Europa allargata, acuendo il doppio regime di circolazione tra paesi dell’Est e dell’Ovest. L’inasprimento dei controlli sulla mobilità delle migranti che ne consegue, paradossalmente, non contribuisce a diminuire, ma piuttosto ad aumentare il coinvolgimento del crimine organizzato. Mentre bracca i mercanti orientali di bianche, l’Ue sembra giocare la propria identità sui corpi delle donne piú svantaggiate, tenendole in una condizione di “cittadinanza parziale”. Quando sarà possibile ricucire lo squarcio che divide le istituzioni europee, che stabiliscono un’equazione fra criminalità e tratta, dalle sex-workers, le quali vedono i trafficanti come persone che “aiutano le ragazze a trovare lavoro all’estero”?

| Casa delle donne per non subire violenza di Bologna: www.women.it/casadonne (>progetti >migrazione coatta); UNITED for intercultural action: www.united.non-profit.nl