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interview

POTERE MIGRANTE

What makes migrants politically so interesting? Maurizio Ricciardi of the University of Bologna focuses on their strategic role in the transformations of the working class. An exclusive interview by Mauro Turrini

> Come influisce la mobilità del lavoro migrante sul lavoro in generale?
> RICCIARDI: L’ultima normativa sul lavoro (l.30/2003) è contenuta nello spirito della Bossi-Fini, anch’essa prioritariamente una legge sul lavoro. La figura giuridica fondamentale è il contratto di soggiorno (recepito con entusiasmo da altri paesi dell’Ue) che lega la permanenza in Italia al contratto di lavoro. I migranti sono quindi considerati alla stregua di merce-forza-lavoro che viene accolta ed espulsa arbitrariamente.
   La mobilità è fondamentale per centinaia di milioni di uomini e donne disposti a muoversi per cercare una vita migliore. Non si tratta di viaggi oleografici, perché chi emigra di solito investe sulle proprie capacità lavorative con una certa imprenditorialità. Il numero crescente di migranti ad alta scolarizzazione sfata il mito del migrante derelitto, passivo e senza aspirazioni.
   Esiste quindi un doppio registro della mobilità: del capitale, che la pensa come afflusso inesauribile di manodopera ricattabile, manipolabile ed espellibile, e del migrante in continuo spostamento alla ricerca di migliori condizioni lavorative. <

> Che valore hanno parole d’ordine come precarizzazione e flessibilizzazione?
> RICCIARDI: Flessibilità è quasi pleonastico, essendo oramai la qualità generale del lavoro. Da questo punto di vista il caso dei lavoratori migranti è paradigmatico. Sono stati loro i primi ad avere sperimentato la precarietà: condizioni feroci, bassi salari e possibilità immediata di licenziamento. <

> Qual è il significato politico della presenza specifica del lavoro migrante?
> RICCIARDI: Bisogna riconoscere la qualità di anticipazione della posizione del lavoro migrante e quindi la sua centralità politica che risiede non nella loro appartenenza etnico-culturale, bensì nell’esperienza di continuo attraversamento delle barriere nazionali. <

> Da ricatto per l’inserimento sociale e lavorativo, la clandestinità diviene una condizione sociale diffusa. Come muta il significato dello lo slogan “siamo tutti clandestini”?
> RICCIARDI: “Siamo tutti clandestini” è risuonato bene, ma non dice tutta la verità. Se c’è un aspetto comune, riguarda il lavoro: è il lavoro che diventa clandestino. Come categoria politica, esso non è piú un criterio di cittadinanza che ti permette di acquisire i diritti. A partire dalla destrutturazione del welfare, si assiste ad una segmentazione della cittadinanza per molti versi irreversibile che rispecchia la differenziazione delle condizioni di lavoro. Lo sfruttamento della clandestinità dei migranti è poi garantito dai campi di detenzione, istituzioni sempre piú presenti ora previste anche dalla normativa europea. <

> Nel tuo libro tu critichi sia il modello d’integrazione basato su una graduale acquisizione dei diritti, sia una suddivisione multiculti della società in comunità etniche. Quale soluzione?
> RICCIARDI: Come può il migrante integrarsi socialmente, essendo disintegrato sul piano lavorativo? L’integrazione è un risarcimento di quanto si subisce durante la giornata e finisce quando si esce dal posto di lavoro. D’altra parte, le ipotesi multiculturali mettono al lavoro le enclaves etniche, mantenendole separate. La via che si può percorrere politicamente parte invece dalla presa di parola dei diretti interessati. E non solo per i migranti, ma piú in generale come risposta alla crisi della rappresentanza. <

> Volgendo lo sguardo al futuro, quali percorsi politici costruiranno i migranti?
> RICCIARDI: La partita si gioca sul terreno dei rapporti concreti, quotidiani e non mediati dal voto. I migranti si inseriscono con forza nella crisi del sindacato, iscrivendosi in massa e mobilitandosi, e nella trasformazione della classe operaia che, al pari delle filiere produttive, non è piú disposta a farsi chiudere nei confini nazionali. Per il momento, con il Tavolo Migranti dei social forum ci mobilitiamo contro la precarietà e la deportazione dei migranti. La proposta di un permesso di soggiorno annuale non vincolato al contratto di lavoro lancia un duro attacco al pilastro della Bossi-Fini: il contratto di soggiorno. <

| “Lavoro Migrante” a cura di Maurizio Ricciardi e F. Raimondi, DeriveApprodi, libro in cui puntuali inchieste in aree italiane si alternano a riflessioni di piú ampio respiro, ribaltando stereotipi per un dialogo politico costruttivo.