contents
 
inside
europe
international
culture
7 cities
 



 
7 cities
berlin
   wie illegalität
   deutschland im sommer
   family quarrels
   leserbriefe
   revolutionsgeist
   schwerter zu waffeleisen
   gewußt wie
   editionswissenschaft

paris
   bb au boucher
   le jour j
   sauvons la recherche
   une bonne reforme
   lavoro intermittente

roma
   hic sunt leones
   scelta non-consumistica
   professori sotto esame
   telesapienza
   scuola fino a 18
   il cavaliere nero
   le verità nascoste
   discriminazione
   drome
   il cineclub al pigneto

milano
   milano-new york
   studente dispensabile
   bingo bongo no casa
   milano in carriera
   gmo: a trade question
   action milano

venezia
   editorial
   la trappola della mitopoiesi
   incontri celestiali
   corri studente!
   visioni incurabili
   venice u.s.a.
   don’t look now
   malefatte

bologna
   salamBO’
   c.p.t.
   poligodere
   i protagonisti occulti
   perros callejeros
   omnibus
   circolo gramsci
   arabesco bizantino 
   (from Ravenna)

genova
   editorial
   facciate ripulite
   città e ombre
   politica all’università
   il grande architetto
   emigrare per studiare
   karité

      
in filigrana

VISIONI INCURABILI

Nel 1989 Iosif Brodskij, Nobel per la letteratura nel 1987, scrisse, su invito del Consorzio Venezia Nuova, un libricino, Fondamenta degli Incurabili, oggi edito dall’Adelphi.

   | Kridu. Ovviamente una storia d’amore e di tradimento. Tutto si consuma in poche righe. Tra queste, un mondo d’acqua e di marmi, di superfici e labirinti, di odori e colori. Quest’opera è un omaggio al tempo, un monumento al mondo acquatico. Un acquarello di parole che il poeta ha dedicato a Venezia, amante perduta e ritrovata, tradita e desiderata, contemplata e mai posseduta.
   Perché Venezia è come il pizzo che l’onda deposita sulla sabbia bagnata e che l’onda successiva cancella e ricama ancora, incessantemente: si può solo amare, amare con gli occhi, un istante, senza mai possederla, fermarla.
   Si inseguono tracce marine in questo libro. Tracce di amori,di ricordi, di sogni, di riflessi.
   La traccia è già in sé ambigua, misteriosa. È la presenza di un’assenza e l’assenza di una presenza. Perché vi sia traccia vi deve essere materia che accoglie in sé il solco; solidità che si lascia incidere, che si lascia diventare altro senza perdere se stessa.
   Cosí Venezia è un disegno cancellato, è una sfumatura, una città fatta di acqua e marmo, di stasi e movimento, di superfici e profondità, di riflessi e oscurità. La città è il suo riflesso nell’acqua, e nel riflesso è identica e diversa alla stesso tempo. Una città di specchi, una città malata di narcisismo e che ammalia chi è di passaggio con la sua inquietante bellezza.
    Non troverete un racconto in questo libro, avverte il poeta, bensì “il fluire di un acqua limacciosa ...che contiene tanti riflessi tra i quali il mio”. E di un gioco di riflessi liquidi si compone il testo, ricamato da incantevoli acquarelli veneziani. Impressioni, immagini, ricordi, e una piccola estetica del tempo e dell’occhio che li deduce dal loro elemento primordiale, l’acqua.
   Questo è un libro di passaggi perché Venezia è la città del passaggio e della trasformazione per eccellenza, la città di confine tra la terra e il mare, la soglia del futuro e del passato; ma anche la città dei passaggi dell’autore che visita Venezia una volta l’anno “nella stagione sbagliata”.
   Venezia trasforma lo spazio e il tempo in bellezza e trasforma anche quegli incurabili che la amano, che vivono di “drammi nascosti e di incongruenze”, in pesci e gatti, in tori mitici e “alghe marine sotto zero”.
   Brodksij cuce, come le vecchie donne dei pescatori nelle isole della laguna, cuce il testo, il tessuto con punti e contrappunti, seguendo minuziose variazioni di fili colorati che tessono una storia senza raccontarla, lasciando emergere qualche traccia —proprio come la marea, a volte, nei canali—, qualche enigmatico accenno ad intrecci nascosti. Chi sa perdersi nel labirinto del libro “che ha le trame dell’acqua”, può accennare a ricostruirlo, ma senza arrivare a nulla di preciso, determinato, finito. Così come non si può sperare di catturare il gioco dei riflessi di questa città —dell’acqua opaca o degli specchi consumati, oppure dell’occhio inumidito da una lacrima—, riflessi che rifrangono e deformano e rilanciano nuove e piú sofisticate combinazioni di forme e colori, di superfici intarsiate e ricamate. Come le stesse parole che disegnano il bianco del foglio.
   Lo stesso tessuto del libro è fatto di capitoletti brevi, in parte misteriosi, la cui successione, cosí come in un romanzo che l’autore ricorda, imita l’articolarsi della calli strette, buie, umide di quel labirinto mitico che è Venezia. E come a Venezia gironzoliamo perdendoci tra i canali e le calli cosí leggiamo di suoni, odori, contatti, in un intrico di immagini che si richiamano l’una con l’altra a costruire ricordi ironici, confessioni nascoste, riflessioni enigmatiche.
   Se Venezia è riflesso, specchio, lacrima, occhio, in una parola, acqua, allora tutto il resto è il suo contrario: stabilità, fermezza, stasi. È terraferma. “La terraferma è quello che ci vuole per fermarsi”. L’acqua è sempre destabilizzante, fonte di metamorfosi e di partenze.
   Questa è la città dell’occhio perché vivere sull’acqua acuisce i sensi primordiali. L’occhio cerca sempre la sicurezza e trova nella bellezza la sua pace, “il senso estetico è gemello dell’istinto di conservazione”.
   Ma questa è soprattutto la città dell’occhio che vede il tempo. Le campane che fanno vibrare la città con il loro suono spesso; la nebbia che cancella le forme e trasforma i vuoti in uno spazio liquido e palpabile; lo sforzo geometrico dell’architettura veneziana che soccombe all’acqua senza forma; il lento disfacimento dei mattoni delle facciate dei palazzi veneziani; le venature erotiche del marmo; la polvere che si accumula sui tessuti sulle statue sui dipinti e diventa parte indistinguibile degli oggetti. Le campane, la nebbia, la polvere, le sfumature dei colori del marmo e dei mattoni, sono tutte immagine che Brodskij ci offre, immagini del tempo che si fa spazio, materia. Del tempo che si rende visibile.
   “Il pizzo delle facciate veneziane è il piú bel disegno che il tempo —alias— acqua abbia lasciato sulla terraferma, in qualsiasi parte del globo (...). È come se lo spazio consapevole —qui piú che in ogni altro luogo— della propria inferiorità rispetto al tempo, gli rispondesse con l’unica proprietà che il tempo non possiede: con la bellezza”.
   Non l’acqua ma la sua traccia antica sempre cancellata dall’onda piú recente, ecco il tempo di cui si veste Venezia, e non c’è danza piú bella per degli occhi incurabili.