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VENICE U.S.A.

Venice as desired from overseas. Architecture and aesthetic universal standard

“Ho l’impressione che con la conquista di una certa sicurezza economica e sociale la gente abbia imparato che il vero piacere dell’abbigliamento non consiste nell’indossare cicosí che piace ed è comodo dove e quando si vuole. La gioia di abbigliarsi nasce, come la bellezza, dalla costrizione. L’esempio piú evidente è la divisa militare, ma anche per quanto riguarda lo smoking è proprio l’imposizione di indossarlo in particolari situazioni cicosí che conferisce importanza a questo capo di abbigliamento e ai suoi accessori”. [Yukio Mishima, Lezioni spirituali per giovani samurai]

   | Claudio Colla. Venezia mi fa venire voglia di plastica ... e questo mi piace. È pressappoco ’ che si espresse Rorty Bart Giovannoni in un seminario clandestino tenutosi alla U.C.L.A. due primavere or sono: si discuteva dell’immaginario veneziano americano. Una delle conclusioni arrivcosí addirittura ad ipotizzare che Venezia, la città lagunare del XX secolo, sia un’idea americana: “La Venezia desiderata” è un raffinato progetto contemporaneo che corrisponde ad una convenzione visiva tutta d’oltreoceano La cornice che inquadra le immagini e i fotogrammi di paesaggi urbani d’altri tempi, in fughe che sfumano in una prospettiva aerea le presenze incomprensibili dei battelli a motore a scoppio e del paesaggio industriale di Marghera, è il fattore base sul quale si spiega questa Venezia, in una formula infallibile, che coordina emozioni inaspettate e servizi in un business di proporzioni tali da rendere impensabile una soluzione senza disegno, completamente autorganizzata. Nel tempo si è delineato un processo cosciente di modernizzazione della città storica, che la rinnova nell’essenza realizzandosi in un’idea estetica. La ridisegna in un complesso progetto architettonico, definito attraverso la programmazione di modelli di comportamento indotti da scelte di localizzazione di funzioni piú o meno pubbliche e di eventi attraenti, i progetti di restauro delle facciate e la riorganizzazione radicale degli spazi interni dell’edilizia, principale luogo della trasformazione fisica della città. La griffe Guggenheim e la diffusa presenza di punti ristoro fast-food del cowboy McDonald anche a Venezia sono una prova inconfutabile di questo disegno. Non dimentichiamoci che Andy Warhol adottcosí, già negli anni ’80, come quoziente estetico universale la presenza della catena di ristorazione rapida americana: per cui era piú bella Venezia di Mosca o di Pechino. Oggi, anche queste, sono città piú belle. La percezione romantica e pittoresca delle strette prospettive di calli, di fondamenta e canali, di ponti consumati dai passaggi, degli intonaci umidi e dei mattoni ammuffiti, è una fotografia scattata da un “americano” di passaggio, che ha traghettato la città storica nel centro storico contemporaneo di cui ancora oggi possiamo godere. Ma i sogni s’infrangono sulle paranoie indotte dalle vicissitudini dell’esistenza: Venezia affonda; e un desiderio che si fa “tradizione” senza uno sforzo per conservarlo, si sgretola spontaneamente, nebulizzandosi nell’atmosfera dei ricordi lontani. L’inaspettato dramma dello sprofondamento della città nelle acque della laguna, riesce comunque ad essere sufficientemente decadente ed in linea con il fascino indiscreto di una morte a Venezia. Si risponde a tale alterazione degli equilibri desiderati sia innalzando le fondamenta (psicologicamente shockante l’idea di aggiungere zavorra ad una materia pesante che non sta piú a “galla” da sola), che cercando soluzione piú impegnative, come quella del MOSE, che non si vede dal set veneziano, ma si sentirà nei propositi e negli effetti. Solo che ci si trova, poi, di fronte all’ineluttabile mezza vittoria del futurista Marinetti: il moto ondoso. Un fenomeno provocato dai mezzi di trasporto motorizzati, che, solcando i canali, rivelano un certo grado d’inadeguatezza della materia edilizia veneziana, a corrispondere alle necessità e ai bisogni della vita moderna. Ma forse la condizione postmoderna e la vita contemporanea daranno risposte piú convincenti a questa sfida, radicalizzando lo scenario di Venezia in un definitivo palcoscenico da calcare in costume e da scoprire in gondola. Diventa sempre piú complesso e costoso conservare questa Venice di plastica. Ma la prospettiva sta nel fatto che la plastica non è biodegradabile. Questo processo costruisce una venezianità inventata che genera energie e tensioni in grado di rinnovarne l’identità, aggirando il limite delle sue potenzialità espressive attraverso l’illusione e la deviazione: è nella dimensione della passività che una città come Venezia riesce a resistere e costruire la sua forza respingendo ogni logica.
   Poi, in realtà, leggendo i quotidiani ci si rende conto di come Venezia sia una città come tante altre, anche se non è mai facile spiegare questa città a chi non la ha mai vista.


| c.colla@quipo.it