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INCONTRI CELESTIALI

Incontro con Fabrizio Tamburini, cosmologo veneziano
Punto di riferimento per il Planetario del Lido di Venezia


   | Vera Manutengoli. Esistono passaggi visibili e passaggi invisibili ma il sostrato di ogni cosa si trasforma coprendosi spesso il volto col mantello dell’apparente immutabilità. Venezia è il luogo per eccellenza in cui lo spazio e il tempo creano delle illusioni psic-ottiche al confine con dimensioni impercettibili ma presenti. L’8 giugno si è verificato il passaggio del pianeta Venere tra la Terra e il Sole, evento rarissimo (almeno nel corso della nostra vita), che non si verificava da ben 122 anni, insomma, un luminoso (e al tempo stesso oscuro) oggetto del desiderio per chi anela alla conoscenza dei fenomeni apparentemente invisibili. Venezia, racconta Tamburini a proposito di passaggi, fu protagonista di due eventi rivoluzionari che avrebbero stravolto la visione del cosmo e, di conseguenza, dell’uomo stesso. Il primo avvenne nell’estate del lontano 1610. Un uomo piccolo, tozzo e amante dei piaceri della vita, decise di mostrare a Paolo Sarpi e a tutti i cittadini veneziani, uno strumento fino a quel momento ignoto: il cannocchiale. Da un po’ di tempo si era venuti a conoscenza delle potenzialità dei vetri curvi, che, deformando quella che noi definiamo realtà, mostravano le cose da un altro punto di vista. Nessuno però aveva mai pensato di puntare quei vetri verso l’alto. Fu Galileo Galilei (1564-1642) che per primo, sul vecchio campanile di San Marco, mostrò, davanti agli occhi di tutti, questo incredibile strumento, destinato a trasformare la ricerca scientifica nel corso dei secoli successivi. Ma Venezia, prosegue il nostro amico astronomo, per quella peculiare caratteristica che le è propria, di contenere cioè al tempo stesso una sorta di staticità (tutto appare come immobile) e di perenne mutevolezza (tutto è trasformato dal continuo passaggio delle persone che arrivano, si fermano e ripartono), fu testimone di un altro imprescindibile passaggio, dolorosissimo, che segnò a sua volta la storia del pensiero umano: quello di Giordano Bruno (1548-1600). Spirito irrequieto e vulcanico, assetato di conoscenza e curioso di ogni cosa dalla grammatica all’astronomia, dalla religione alle credenze popolari, il Bruno visse un’esistenza che è l’emblema del passaggio stesso: destinato a scappare da una città all’altra perché continuamente considerato eretico, spinto comunque sempre verso la ricerca della conoscenza dell’universo e dei misteri del mondo, il pensatore trovò a Venezia l’illusione di libertà. Chiamato da Giovanni Mocenigo perché gli insegnasse l’arte della memoria, il filosofo credette che la Serenissima, che all’epoca era ancora uno stato indipendente, sarebbe stata il rifugio per i suoi tormenti e un’isola di pace aperta a nuovi orizzonti. Ma il patrizio, che a tempo risiedeva in Campo San Samuele, insoddisfatto degli insegnamenti e restìo alle nuove idee di Bruno, lo denunciò all’Inquisizione veneziana. Fu proprio a Venezia che il filosofo non rinunciò alla libertà di pensiero ed ebbe il coraggio di non rinnegare le sue idee che raccontavano un universo infinito e il suo amore per la filosofia, che lui credeva la massima tra le discipline perché consapevole dei mali dell’umanità.
   Venezia, afferma Tamburini che attualmente lavora presso il Dipartimento di Astronomia dell’Università di Padova ad un progetto di comunicazione quantistica verso lo spazio, rappresenta un canale in cui lo spazio e il tempo si deformano e il soggetto è portato a vivere in piú dimensioni. Venezia è una delle pochissime città dalle quali si vede ancora il cielo, stagliato sui tetti e nella quale si viene trascinati come in un vortice spazio-tempo: "Il Planetario è un luogo di confine e un maestro di umiltà poiché mostra come noi siamo dei microscopici corpuscoli su un granello che gira intorno a una stella."

| vera.mantengoli@libero.it