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EMIGRARE PER STUDIARE

   | Marie Reine Toe. Quando ero piccola, pensando all’università immaginavo un edificio molto simile a quello che ospita la facoltà di scienze politiche in via Balbi. Ho sempre pensato che il fatto stesso di voler studiare all’estero fosse segno di una grande apertura mentale, e esprimesse una forte volontà di integrazione nella la cultura del paese ospitante. Ma non la pensano tutti cosí. Recentemente mi sono trovata di fronte a un sedicente rappresentante degli studenti camerunesi a Genova. Tale individuo (a mio parere accecato dalla presunzione che possono avere solo gli ignoranti) mi sconsigliava di partecipare all’iniziativa di un giornale come WORK|OUT. A suo parere, scrivere non serve a nulla, e non avrebbe di certo cambiato la condizione degli studenti camerunesi. Inoltre, era impensabile partecipare alle iniziative, sia politiche che culturali, degli studenti italiani: “noi, non siamo qui per questo”. A mio parere, è questo atteggiamento di non partecipazione che alcuni dei dirigenti africani hanno portato dall’occidente nei propri paesi e che assicura l’immobilità del nostro continente. È indubbio che sia molto difficile per uno studente straniero integrarsi, ma presso ogni facoltà ci sono, ormai da diversi anni, degli sportelli internazionali e d’orientamento. Vorrei ricordare a tutti gli universitari immigrati come me, che possono trovare in questo giornale una possibilità di esprimersi, conoscersi e crescere insieme (fare amicizie aiuta molto). Perciò no all’intolleranza e al razzismo, da qualsiasi parte essi provengano.