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| Mauro Turrini. Accadeva a Bologna, provincia d’Europa, nell’epicentro della metropoli distesa sulla via Emilia. Eravamo uomini e donne di ogni regione e di tutte le nazioni. Si sentivano fusi in un solo tumulto di lavoria delle mascelle, il brusio delle parole, le canzoni, i bicchieri urtati. Spinti da un’insaziabile curiosità, ci eravamo sottrati alle consuetudini delle nostre nicchie d’appartenenza e prtendevamo là una libertà inaudita. In molti l’ammiravamo, l’esecravamo, avremmo voluto al tempo stesso annientarla ed abitarvi. Di colpo il punto piú alto si illuminò e una donna, Salambò, apparve. Immobile, con la testa bassa ci guradava. Nessuno ancora la conosceva: si sapeva soltanto dei suoi tesori nascosti e qualche vaga notizia di chi l’aveva già vista. Qualcosa di divino l’avvolgeva tutta, come un vapore sottile; i suoi occhi sembravano guardare lontano, oltre gli spazi terrestri. Stavamo radunandoci tutti intorno a lei, quando allargò le braccia e, fremendo le narici delicate, ripetè piú e piú volte: “MA DOVE CREDETE DI ESSERE? IN UNA CITTÀ ESPUGNATA O NEL PALAZZO DI UN PADRONE?”