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IL CAVALIERE NERO

                      

Perché Berlusconi ha perso

   | Christian Minelli. L’esito del confronto politico sulle europee, —in Italia— ha visto un grande sconfitto: Silvio Berlusconi. La partita tutta mediatica che il premier ha voluto giocare stravolgendo le regole e infischiandosene anche della sua squadra si è rivelata un fallimento. Raramente in politica, si dice, due piú due fa quattro ma la logica dei numeri può riuscire spietata quando la loro limpidezza impedisce machiavelliche interpretazioni. Alle precedenti europee (’99) Forza Italia prese il 25,2%, alle vittoriose politiche del 2001 il 29,4%. In questa consultazione il partito di Berlusconi si è fermato ad uno striminzito 21%, quattro punti percentuali in meno rispetto alle scorse europee, ben otto dalle politiche e quattro milioni di voti che mancano all’appello. Fiasco completo, tanto piú che lo stesso Berlusconi aveva fissato i parametri del successo e della sconfitta: scendere sotto il 25%? “Un’ipotesi che non prendo nemmeno in considerazione”, aveva detto. Ma che non fosse un risultato inatteso lo si era capito dal disperato appello ad un voto “utile”, e all’invito a disdegnare i “piccolissimi partiti”, come incredibilmente aveva dichiarato ad urne aperte. Bisognava votare invece come aveva fatto lui, per una forza “liberale e anticomunista”, naturalmente. Un boomerang, visto che a crescere sono state giusto le piccole formazioni politiche. Cosė come con fastidio è stata vissuta l’indebita invasione della privacy con gli sms spediti a tutti gli italiani per ricordare le date del voto e firmati PresDelCons. Gli esperti di comunicazione lo chiamano “effetto saturazione”, il distacco che si avverte quando una cosa ci viene a noia, per averla sentita troppe volte, in troppi posti. Robecchi, nel quotidiano il manifesto, lo ha paragonato al rumore del frigorifero. Dopo un po’ non ci fai piú caso. Il Berlusconi semi ubiquitario che alla vigilia del voto si sbracciava sullo schermo del servile Tg1 per trasmigrare in un lampo su quello del Tg5, era reduce dalla maratona televisiva in cui era apparso con l’icona del salvatore per la “tempestiva” quanto opportuna liberazione degli ostaggi. Dall’aereo che lo portava negli USA ad omaggiare il feretro di Reagan, Berlusconi aveva occupato l’etere commentando la fortunata operazione (tutta americana) in diretta telefonica coi telegiornali in un lungo spot su se stesso. Il cavaliere che si mangia gli spazi della comunicazione politica a danno degli avversari in tv e per strada (con i manifesti 6x3) non pago dell’abbuffata propagandistica ha scelto di correre anche contro gli alleati, ammonendo gli italiani per lettera personalizzata di non disperdere il voto sui “piccoli partiti” (leggi Udc e Lega), provocando un risentimento che si è poi tradotto in un ragionamento del tipo: tu mi dici di non fare una cosa? E io invece la faccio. La sconfitta non poteva essere piú bruciante, visto che i voti di Fi —in un travaso interno ai poli— sono andati a depositarsi nelle casse dell’abate Follini e della Lega orfana di Bossi. Le ragioni di un voto cosí penalizzante per Berlusconi non vanno certo lette solo in chiave mediatica. Il cavaliere ha pagato ad esempio il taglio delle tasse annunciato e poi rimandato al dopo elezioni, che ha accentuato i sospetti di una mossa solo propagandistica. Non gli è riuscito il tentativo di far passare il voltafaccia sul piano di riduzione fiscale come conseguenza del semaforo rosso opposto dagli alleati. Il “pubblico” —come lo chiama lui— ha annusato la debole consistenza delle promesse miracolose, e ha rifiutato il baratto.
   Il cavaliere non deve essere troppo convinto però che la partita debba esser giocata con le regole tradizionali della politica, e —soprattutto— nel campo che gli compete. All’indomani del voto ha addebitato il calo “agli effetti distorcenti della cosiddetta ’par condicio’ a favore delle tante liste improvvisate ... ed anche all’essere stato il Capo del Governo (cioè, con terza persona imperiale, lui stesso) il bersaglio... di tutte le aggressioni dell’opposizione e dei suoi media...”. Se Forza Italia perde è dunque colpa di un sistema delle comunicazioni che non consente al suo Capo di esprimere le proprie issues proporzionalmente al peso percentuale del partito. Nell’Italia che vede il Presidente del Consiglio controllare -direttamente e indirettamente- le sei principali reti televisive, l’affermazione suona quantomeno paradossale. Il confronto politico —ci dice Berlusconi— si vince in grazia dell’efficacia comunicativa (non importa quanto realistica) che si riesce a mettere in campo. Per se o contro l’avversario. Berlusconi fa quindi propria la visione schumpeteriana della politica come mercato dove la negoziazione degli interessi procede secondo le leggi del marketing, manovrando però i media ad usum delphini.
   Le ultime consultazioni hanno mostrato tuttavia che la sovrana presenza di Berlusconi nel circuito comunicativo sta eccedendo le possibilità del sistema. Il cavaliere si è prestato ai rischi della sovraesposizione nella speranza di riagguantare un elettorato in fuga ma le sue apparizioni non hanno piú il sapore dell’evento una volta intensificate.
   Sbaglia però chi prefigura un ridimensionamento della visibilità del nostro. Seppure stretto nelle richieste pressanti degli alleati a allentare la guida egemonica del governo, Berlusconi non rinuncerà facilmente alla leadership politica e mediatica. L’uomo non consente. Il premier ha però capito che qualcosa nella sua comunicazione non ha funzionato. I segnali che questa volta cambierà strategia sono evidenti: basta andare a rileggersi le dichiarazioni autocritiche del post voto. “Del calo elettorale...me ne assumo la piena responsabilità...siamo di fronte a un segnale di scontento al quale occorre prestare una serena e vigile attenzione”, dice, e poi: “Occorre un nuovo slancio...uno slancio riformatore”. È la prima volta che ammette di avere sbagliato qualcosa. È assai probabile che da qui alle politiche del 2006 le tattiche comunicative del premier si affineranno e i jolly messi in campo moltiplicati. Aspettiamoci delle sorprese.