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PANCHINE E FONTANELLE

In my pensive mood I’d like to sit down in town

   | Daniele di Pompeo. Chi abita a Genova ha visto la propria città cambiare radicalmente negli ultimi dodici anni. A partire dalle manifestazioni per le colombiane del ’92, infatti, la politica di riqualificazione urbana del centro storico e del porto antico ha risollevato le sorti della Superba. Da ex polo industriale in decadenza a città d’arte e cultura. E si vede, non c’è dubbio. Fontane, strade lastricate e palazzi storici che riprendono colore, bar, ristoranti e locali nei “famigerati” vicoli, mostre, acquari e multisale. Nessuno, nemmeno quelli che la apprezzavano quando ancora non era ancora un’attrazione turistica, può fare a meno di constatare che è piú bella di prima. C’è anche la “movida” il venerdì sera, giorno in cui le strade della nouvelle down town si riempiono di ragazzi, i quali si stringono nei vicoletti e girano tutti i locali fino a notte fonda. Insomma, Genova sta diventando una città di tutto rispetto dal punto di vista turistico e culturale.
   Si può fare tutto, o quasi. Si possono fare tante belle cose. Quelle normali, banali, stanno diventando imprese titaniche. Se, per esempio, compri un giornale, hai voglia di sfogliarlo all’aperto godendoti un po’ di tepore autunnale prima che arrivi l’inverno, e cerchi una panchina per sederti comodamente, corri il rischio di fare un’involontaria maratona, di esser sorpreso dai morsi della fame quando ormai sei lontanissimo da casa, e di ritornare stanco affamato e non ancora informato sulle ultime news. Idem, se ti viene la malsana idea di studiare davanti a uno scorcio diverso da un muro. Uno scalino è la miglior poltrona che puoi trovare. Quando ero piccolo e ancora i genovesi non sapevano cosa fossero arte e cultura, esistevano le fontanelle pubbliche. Correvo, correvo, finchè —sudato e senza fiato— non mi trovavo davanti a una di queste sorgenti urbane. E bevevo fino a star male. Devo aver bevuto troppo, perché ora non esce piú niente. Ero incapace, fino a qualche tempo, di capire come mai le cose semplici fossero state cancellate da tutti i piani di riqualificazione. Poi ho capito. Un giorno sono andato in uno di questi centri commerciali nuovi di pacca. Mi sono comprato un paio di scarpe e uno stereo al primo piano; nella piazza principale ho incontrato un vecchio compagno di scuola e ho parlato dei tempi andati; poi ho preso l’ascensore e, al secondo piano, ho letto il giornale comodamente seduto al fast food, mangiando cipolle fritte e coca cola. Quando sono uscito mi sono reso conto che ero andato solo per vedere com’era. Ma sono tornato a casa senza soldi e ho dovuto saltare la serata di “movida”.