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DIARIO ISRAELIANO

Gianni Bettuci, Giugno 2007





   Sono gia da una settimana, anzi di piú, nella Terra Promessa (per alcuni), la Terra Santa (per altri)...
   Nomi che non rendono giustizia alla tensione e alla tragicità di cui questo fazzoletto di deserto è impregnato, ma che invece rendono a pieno giustizia alla bellezza di un paesaaggio in cui ogni sasso, ogni olivo, ogni arbusto, ogni rigagnolo prossciugato racconta e evoca storie che affondano le loro radici nella storia millenaria dell’uomo.

   Il primo forte impatto, come tutti i viaggi verso destinazioni esotiche, è sull’aereo!
   In un aereo si è un po’ come in territorio franco, come un anticamera del paese che si andrà a visitare. Si incominciano a vedere i primi zuccolotti (o come si chiamano quei cappelletti che c’hanno in testa), le hostess chiedono chi gradisce menu kosher, le persone parlano a voce alta e ogni tanto si senteno quelle belle “r” che suonano come uno scaracchio, una delle poche cose che unisce ebrei e arabi. L’aereo è quindi l’anticamera, il luogo dove abituarsi all’idea, il luogo dove prepararsi al primo contatto con la cultura che di solito arriva all’areoporto, in questo caso il super-difesissimo (praticamente una fortezza) Ben Gurion di Tel Aviv.

   Ho avuto la fortuna di arrivare alla stessa ora di un aereo che proveniva da Odessa e che trasportava un enorme gruppo di ortodossi rientrati dal funerale o dalle celebrazioni della ricorrenza della morte di un celebre Rabbino russo (o meglio ucraino).
   Trovarsi con i propri abiti occidentali, ballucchiare ascoltando con l’iPod una canzone di Carla Bruni che gracchia “Those dancing days are gone”, mentre si aspetta di essere passati al setaccio alla dogana/controllo passaporti israeliano e sprofondare tutto d’un tratto nell’atmosfera ottocentesca di un paesino ortodosso della Russia — è una esperienza che mi ha provocato, e non so perché, ilarità. Poi io, che in queste situazioni riesco addirittura a trovarmi a mio agio e a dare il meglio di me stesso, con la mancanza di sensibilità che mi è nota (e di cui tutti i miei piú cari amici possono dare testimonianza) mi metto pure a gracchiare a alta voce “Those dancing day are gone”... con la Carla...


GLI ORTODOSSI, LORO, PERPLESSI....
   Rispetto a due anni fa la situazione che trovo a Gerusalemme è molto piú rilassata. Sarà forse per il fatto che nel giugno 2005 Israele era sulla soglia di una crisi di nervi che avrebbe potuto anche prendere le forme di una guerra civile, visto la quantità di armi che si vedevano a giro e la scioltezza con cui la gente con una mano parlava al cellulare e con l’altra impugnava un mitra... (mica una pistola, no no, con quella di palestinesi al limite se ne uccide un paio... qui si va direttamente per la strage...). Era la vigilia del “disimpegno” da Gaza che aveva diviso il paese in due come un melone. A dire il vero, dall’aria che tirava si sarebbe detto che la grande maggioranza del paese era fortemente contraria e che Sharon aveva assunto una misura alquanto impopolare, che al tempo stesso lo aveva di colpo reso uomo di pace (e ce ne voleva di astuzia e abilità politica per rendere Sharon in poche settimane uomo di pace), e che aveva avuto un grande effetto mediatico in tutto il resto del mondo. Due anni dopo l’avvenuto disimpegno da Gaza, la ferita sembra essere sanata e la condanna unanime. Il paese si è rinsaldato. Appena i soldati si sono ritirati da Gaza, sono cominciati a volare missili di fabbricazione artigianale sulle case dei villaggi israeliani vicini al confine. Inutile dire che gli israliani hanno restituito e continuano a restituire la pariglia con i dovuti interessi...





   L’aria che tira a sto giro la respiro a pieni polmoni appena arrivo in albergo a Gerusalemme, diventato per l’occasione una specie di “centro rifugiati israeliani”. Un intero paese al confine con Gaza è stato evacuato e trasferito al Dan Panorama Hotel di Gerusalemme. I palestinesi rifuagiati da cinquant’anni a Jenin, gli israeliani per due settimane in un hotel quattro stelle. Anche da questi particolari si vedono i diversi destini di due popoli. Comunque anche questo non è proprio un periodo completaente scevro di tensioni “interne”. Si sta celebrando infatti in questi giorni il quarantennale della vittoria della Guerra die 6 Giorni del 1967 e quindi indirettamente 40 di occupazione di Gaza e della Cisgiorndania! Sono stato l’altro giorno a una manifestazione organizzata da diverse associazioni della sinistra pacifista e pubblicizzata massicciamente da Haaretz, l’equivalente di Repubblica in Israele, contro l’Occupazione die Territori Palestinesi. Partecipazione intorno alle 200 anime, per lo piú borghesi illuminati di mezza età, una sorta di versione israeliana die nostri girotondini. Mancanza assoluta di giovani, i quali si disinteressano di politica e che sembrano dare genericamente la responsabilità di tutto agli arabi, per cui la soluzione sta appunto in un generico disprezzo dell’altra parte e una volontà di seprazione, e di fuga dalla realtà. Ho l’impressione che ci sarà da aver paura quando la nuova generazione andrà al potere....


PASSANDO AL FRIVOLO
   Due anni fa avevo conosciuto a Halong Bay, in Vietnam, una famiglia di israliani molto simpatica, padre, madre, e due figli di nove e tredici anni. Stavano rientrando, dopo due anni trascorsi a Taiwan, nella loro città di origine, Haifa. Nel periodo in cui li ho conosciuto avrebbero dovuto già aver fatto rientro a casa, ma sorpresi dall’inizio della guerra in Libano avevano deciso di prolungare le loro vacanza in Asia aspettando la fine del conflitto. Abbiamo passato insieme due piacevoli giornate su una barca da crociera vietnamita; poi ci eravamo salutati con la promessa che se fossi passato da Haifa avrei dovuto assolutamente contattarli e passare qualche giornata nella loro nuova casa, appena comprata e arredata, a Haifa. Il caso volle che li rincontrassi pochi giorni dopo, e totalmente per caso, su un sentiero a Sapa, sulle bellissime montagne al confine fra il Vietnam e la Cina, sullo sfondo di risaie a terrazza e circondati questa volta dalle tribú indigine di Lao, famosi (almeno per me) per il loro raffinato gusto nel vestire (collezione “Hobbit 2006”). Il caso volle che l’anno successivo arrivasse una proposta per uno spettacolo proprio da Haifa. Mi ricordo della simpatica famigliola e cerco, a dire il vero senza speranza, il biglietto da visita del padre, e chiaramente non lo trovo. Peccato, mi avrebbe fatto piacere vedere delle facce amiche in quel di Israele...

   La sera della prima a Gerusalemme, dopo lo spettacolo, qualcuno deve dare un’intervista alla radio israliana. Nessuno degli attori ha voglia per cui mandano me, l’agnello sacrificale... aspetta... oh ma allora avevo ragione. Tutto, qui nella Terra Santa/Promessa/Negata/Ridata, assume una valenza particolare... Dire agnello sacrificale a Gerusalemme suona male, profano, blasfemo... Sarebbe come dire a un omosssuale riguardo a una fregatura: “L’hai presa proprio nel culo”. Non è carino, no... Allora faccio questa intervista con questo giornalista-soldato. Con una mano tiene in mano il microfono, con l’altra un mitra. Ma ormai sono alla mia seconda esperienza israeliana, per cui assumo l’aria di quello che non si stupisce assolutamente di queste peculiarità, anzi le ritiene assolutamente normali, insomma mi elevo allo stato di “inserito”.

   Il giorno dopo al mio arrivo nell’ufficio del festival mi si dice che qualcuno mi desidera al telefono, del festival, a me... Vado all’apparecchio e dall’altra parte riconosco subito la voce di Noa, la madre della famiglia israliana conosciuta in Vietnam. Mi dice che la mattina erano seduti tutti felici al tavolo a fare colazione quando alla radio viene intervistato il manager italiano di un gruppo di teatro tedesco. Uno dei bambini richiama l’attenzione del resto della famiglia che all’improvviso esplode quasi all’unisono in un grido soffocato di sorpreso, e una lacrima di commozione scende sulle guance della madre, che al ricordo del simpatico italiano, non può che commuoversi... sigh...

   Il giorno dopo, appena arrivato a Haifa e “sceso” al Dan Panorama Hotel (ed è un po’, da queste parti, come dire il Ritz) la simpatica famigliola al completo viene a prendermi per condurmi nella casa della madre di Noa dove assisterò alla prima cena del Sabbath di tutta la mia vita. Non vi nascondo la delusione che mi coglie quando entro nell’appartamento. Nessun candeliere a sette braccia, nessuna aria sacrale, nessun paramento o qualcosa di religioso — niente di niente. Mi siedo a tavola e aspetto la benedizione del pane, la sua cerimoniale distribuzione fra i commensali, insomma il sabbat. Invece mi viene servito direttamente un bel piatto di pasta al ragú senza tante cerimonie. I commensali sono quasi tutti parte della famiglia di Noa: la madre e il padre. Lei donnetta con corpo da ballerina, o meglio come immagino il corpo di un ex ballerina a ottant’anni (fatta eccezione, si intende, per Carla Fracci), lui tipico israliano solido, con un paio di guerre alle spalle e una vita sotto il sole. Poi il padre del marito di Noa, un vecchiettino dalla fisionomia un po’ piú macilenta, che di guerre ne deve aver fatte anche piú di un paio, vero colono. A 13 anni, in Romania dove è nato, siamo (guarda un po’) nel 1939, la madre lo fa salire su un treno per la Palestina. Il povero ragazzo nemmeno sa dove sia e cosa sia sta Palestina. Ci arriverà una settimana dopo, atterrito dal caldo, dalla luce, dalla lingua, dagli arabi... insomma da tutto! Viene mandato in un Kibbutz dove lavora per quanche anno. Poi partecipa alla guerra di Indipendenza nel ’48. È il prototipo del vero colono, di chi questa idea e questo paese lo hanno vissuto fin dall’inizio, cioè fin da quando ancora non esisteva.
   La sera, dopo la cena, mi porta sul terrazzo per parlarmi. Mi spiega di come questo paese andrà in malora perché, e lo ripete quasi ossessivamente, “questo paese non è piú patriottico”. Questa parola sulle sue labbra assume un suono diverso. La parola patriottismo ha da noi assunto connotazioni di destra, di chiusura rispetto a altri paesi, in particolare del terzo mondo, difesa del particolarismo e per lo piú espressione di provincialismo. Insomma un valore piccolo borghese. In Israele ha invece, e sembrerà strano dirlo dando uno sguardo alla storia di questo paese, un valore positivo. Questa è proprio difficile da spiegare.... ma ci voglio provare.... anzi no!


NOTTE NEL WADI RUM
   A Petra mi sono fatto convincere da un gruppettino di archeologhe americane e dal fascino che la visione di Lawrence d’Arabia (il quale temerariamente lo attraversa al grido di “Aqaba! Aqaba!”) a passare un giorno e una notte in uno dei piú bei deserti del mondo, il Wadi Rum. E ora, moderno Lauwrence, con tanto di kefia (vedere www.flickr.com/jashjash per credere) sulla testa, mi trovo proprio a Aqaba nell’attesa del tragehtto che mi porterà sulla costa di fronte, quella del Sinai, in Egitto! Il gruppo è molto piacevole: le due archeologhe, Leslie (la classica fag hag, in questo caso di suo fratello) e Sarah (altra pazza, fori di cervello che o son cosí gli americano o non si reggono proprio piú no no no...), accompagnate dal fratello, Taylor, gay in incognita, nel senso che gli piacerebbe ma non lo sa.... Eden, ragazzoccio australiano dal cuore d’oro nonostante disegni aerei da guerra, e poi la nota patetica, tragica, o come si voglia descrivere la presenza nefasta di un cinquatenne americano, logorroico in salsa cowboy con sottofondo musicale di masticata di chewing gum!





   Sorvolo l’insofferenza di due giorni passati a Petra nello stesso albergo, basta per spiegare una barzelletta: “Cosa si fa con un epilettico in una vasca da bagno? — La lavatrice!” Gli faccio educatamente notare l’ineleganza della battutta, non credendo opportuno ricorerrere alla sola e unica altra alternativa possibile: sputargli in faccia. Si difende dicendo che come ebreo, lui fa sempre battute su ebrei, “because I am a free man, you know what I mean!!!!” (....e giú di chewing-gum!). Sí sí, I know what you mean!

   Il culmine giunge però all’ora di pranzo. Dopo aver consumato il mio luculliano pranzo (due scatole di sardine, formaggini e pezzo di pane azzimo) mi distendo sulla sabbia per la meritata pennichella (al momendo della partenza da Petra l’orologio segnava un’ora molto strana, le 6.30 del mattino) quando lo yankee comincia una filippica sul “suo popolo” che dopo anni di sofferenza si è ripreso la “sua” terra con l’aiuto di nessuno, anzi contro tutto il mondo, contro l’Onu, contro milioni di arabi cattivi cattivi che li volevano solamente distruggere (qui in teoria si imporrebbe un momento di riflessione con la classica domanda... ma perchè? Invece lo yankee è troppo preso dalla semplice ma efficace filippica e continua.). Si lascia parlare... Ma arriva il punto “E cosa vogliono ’sti palestinesi... invece di costruirsi un paese, scuole e infrastrutte hanno buttato via tutti i soldi ricevuti e ora danno la colpa a noi.” A quel punto, rinunciato ormai al sonnellino, apro l’occhio destro, e faccio educatamente notare che è una ricostruzione un po’ di parte, che non tiene conto di quarant’anni di occupazione, delle colonie israeliane in territorio palestinese, delle migliaia di check-points sparsi per la Cisgiorndania etc. etc. Si infastidisce e mi risponde: “E tu lo sai chi ha inventato la parola ghetto??? Gli italiani che per primi rinchiusero il ’mio’ popolo in un ghetto”, facendo gentilmente sottointendere che il popolo italiano sarebbe moralmente responsabile dei pogrom e die campi di concentramento nazisti! Per la prima volta in vita mia, rimango senza parole... e per chi mi conosce sa cosa questo voglia dire!!!!

   Continuiamo il pomeriggio in jeep esplorando il deserto, ma purtroppo fra il sole e la sabbia la mia vista si riduce fino a quando sono costretto a nascondermi la testa in una kafiah modello giordana con il serpentino che faccia e tiene ferma la kafiah medesima. Per un attimo ho l’impressione di sentrmi Lawrence d’Arabia... e comincio a gridare... nel delirio, Aqaba! Aqaba!


NELLE MANI DEL MOSSAD
   Sono sul volo che mi riporta dal sud del Medio-oriente a Tel Aviv. Sono un po’ provato da due ore, intense e dure, trascorse in mano del Mossad. Naturalmente ho una tendenza a esagerare, ma essere creduto, anche solo per due ore, un terrorista islamico ha un suo fascino che non provo nemmeno a nascondere.

   Ogni volta che si prende un volo da e per Israele (compresi quindi voli interni) è prassi venire fermati da poliziotti in borghese o “travestiti” da semplici impghiegati aereoportuali, presi da parte e “intervistati” piú o meno intensivamente sul perché e per come si è in Israele, sulla durata del viaggio, sulla nostra vita precdente e futura. Il piú delle volte le domande, fatte con una velocità impressionante, si ripetono per controllare se l’intervistato (che a questo punto è assorto al ruolo di “interrogato”) cade in errore e cadendo in ginocchio ammette la sua affiliazione a Hamas, o ancora meglio, a Al Kaida. Oggi ho avuto l’onore di raggiungere il ruolo di “indagato”!!!

   Arrivato all’areoporto di Eilat vengo approcciato da una signorina, evidentemente una mezza cartuccia, che controllato il passaporto sbianca un poco e si congeda (con il mio passaporto in mano), per ritornare dopo cinque minuti pregandomi di aspettare (cosa non si sa)... Arriva infatti un energumeno, faccia truce e modi bruschi che comincia un’intervista al vetriolo, rapidissima... si batta il record... pronti... via:
Quando sei arrivato in Israele?
A che ora?
Con che aereo?
Noooooooo (malcelata felictà dell’ispettore che prevede interessanti sviluppi con ripercussione sullo scacchiere mondiale)???
Perché hai fatto scalo a Vienna?
Perché vai a Firenze?
Chi conosci qui in Israle?
Nomi e cognomi?
Chi ha pagato il conto dell’albergo? (Io rispondo... il festival di teatro.)
E chi è la persone del festival che ha pagato fisicamente il conto? (Prima domanda stupida, ma come farlo capire all’energumeno... il quale tra l’altro si esprime in un inglese incomprensibile, sia da un punto di vista sintattico che da un punto lessicale... ci si muove sulle sabbie mobili.)

   Andiamo avanti cosí per quaranta minuti, io me la cavo benissimo... Soddisfazioni tipo ho preso trenta a Storia della lingua italiana... Ma a quanto pare non basta, anzi, il tipo fa una smorfia e mi chiede di aspettare. Strani movimenti nell’ufficio controlli. Quattro loschi ceffi si riuniscono attorno al mio passaporto che viene ripetutamente sfogliato con altrettanto malcelato disgusto... Vengono fatte telefonate su telefonate... e si continua a sfogliare, sempre piú nauseati, il mio passaporto. Si riunisce sempre piú gente, siamo sui sei, sette... Nell’aria si respira una strana agitazione, e io mi sento gli occhi addosso, non solo del Mossad ma di tutti i passeggeri dell’areoporto che ormai vedono in me un terrorista islamico pronto a immolarmi per raggiungere l’eden di Allah dove trascorrere l’eternità attorniato da affascinanti vergini. Se solo sapessero.........
   Io comunque son tranquillo... sarà che mi sento molto a mio agio anche con centinaia di occhi addosso, e a quanto pare questo vale anche quando gli sguardi non sono dei piú amichevoli!
   Vengo condotto in una stanzina con aria condizionata a dodici gradi e mi viene gentilmente ordinato di spogliarmi. Il ragazzo che con guanti asettici comincia a palparmi ne approfitta per cominciare l’ennesima intervista (dovremmo veleggiare a questo punto verso la terza e la quarta) a base delle ormai solite domande: il motivo del mio viaggio, dove quando e soprattutto perché... A questo punto comincio a chiedermelo anche io. Dopo avermi palpato accuratamente e aver constatato attraverso un metal detector che non nascondo un mitra su per il deretano, passano a svuotare con poca grazia e cura i miei effetti personali. Tutto viene setacciato in maniera abbastanza analitica ma la peggior sorte tocca chiaramente agli strumenti elettrici. Vengono smontati, passati e ripassati in macchine in grado di trovare un granello di polvere da sparo nel Sahara. La vicenda si sta svolgendo al termine... essendomi dimenticato a casa la moltov e il mitra con cui volevo dirottare l’aereo verso Tripoli, mi rilasciano... la buona notizia è che non mi sono dimenticato, come invece faccio di solito, il portafogli. (La scena si ripeterà il giorno dopo, con modalità quasi identiche, all’areoporto di Tel Aviv in partenza per l’Europa.) Unica vittima del sequestro da parte del Mossad il mio amato iPod ritenuto, a torto o a ragione, troppo simile a un dispositivo per far saltare un aereo. Sperio almeno che prima di aver cominciato a disegnare il nuovo iPhone abbiamo pensato a una forma diversa di quella di una piccola bomba a mano...

Ps: L’iPod non è mai piú riaffiorato. Giacerà probabilmente in una stanzuccia del Mossad con sopra la scritta: Ordigni disinnescati


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Il diario del viaggio in Equador (2007)
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