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VISIONI ACCECANTI



Sunshine, GB 2007, directed by Danny Boyle


   | Marco Sorrentino (BOLOGNA). Per Danny Boyle sembra chiaro oggigiorno fare un film fantascientifico, che non sia del tipo eroi alla conquista dell’universo. Questo significa imbattersi inevitabilmente nel le tre pellicole, che piú hanno cambiato i riferimenti di questo genere: sto parlando di “2001 — Odissea nello spazio”, “Solaris” e “Alien”, rispettivamente di Kubrick, Tarkovskij e Scott (non me ne vogliano tutti gli altri), è palese sin dalle prime immagini di “Sunshine”.
   L’evidenziazione citazionistica è piú che altro il frutto del discorso di qualche buon critico che non il vezzo cinefilo dello stesso regista. L’essere colto con le mani nella marmellata non era certamente una preoccupazione di Boyle, il quale piú che citare compie una vera e propria opera di esorcizzazione, mettendo le cose in chiaro dal principio, senza fraintendimenti. Chiamarla “onestà professionale” parrebbe un po’ altisonante, quindi ci limiteremo a definire l’operazione dell’autore come una necessità, il giusto presupposto dal quale partire per potersi cosí occupare liberamente del proprio discorso filmico e di uno dei temi piú cari al cineasta inglese: l’isolamento. Nella filmografia di Boyle, l’isolamento si rivela come la condizione necessaria attraverso la quale potersi misurare con le ancestrali ossessioni dell’uomo, sia esso il frutto di una volontà (“The Beach”, film da rivalutare, almeno in parte), di un dovere (“Sunshine”) o di una necessità (“28 giorni dopo” e, perché no, “Millions”).
   In “Sunshine”, la spedizione della Icarus II verso un sole piuttosto malconcio è da intendersi come un viaggio psicologico ai limiti del subcosciente, dove il naturale senso mistico dell’uomo, e la tensione verso esso, si manifesta attraverso una accecante brutalità che incenerisce, fisicamente e moralmente, ogni tentativo di comprensione da parte dell’equipaggio. Nelle scene finali, dove il misticismo (registico) prende il sopravvento, il film perde la lucidità e l’efficacia fin qui espressa, in un’accozzaglia d’immagini prive di ritmo.