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HORROR VACUI CONTEMPORANEO

Media, illusions, propaganda — the society of consumption & entertainment doesn’t need you anymore



                                                Horror Vacui by Giuseppe Capitano


   | Gaia Pianigiani, Tino Brömme (SIENA, BERLIN). Per gli antichi, la radice greca del latino horror indicava un irrigidimento fisico dell’osservatore di fronte ad un evento. Nel tempo, l’horror vacui, la paura del vuoto, è divenuto un’infezione endemica insinuatasi ben oltre la cute dei parlanti la lingua del mondo globale.
   Pensiamo ad un’immagine riproposta migliaia di volte in tutto il mondo, quella delle persone che, in fuga dall’inferno di fiamme dei grattacieli delle Twin Towers, si gettano nel vuoto. Il volo di quei corpi rappresenta letteralmente l’horror vacui, nella sua piú tragica concretezza, ed ha ufficialmente consegnato il pubblico in pasto ad un orrore psicologico. I cittadini-spettatori, sottoposti al continuo bombardamento mediatico, partecipano dalla poltrona di casa alla fiction tragica dell’altro, di colui che è abbastanza lontano da risultare indifferente alla loro psiche impigrita. Tuttavia, lo spettatore nel settembre del 2001 ha assistito alla “sicurezza occidentale” che precipitava nel niente, alla proclamazione della violenza sulle vittime casuali e allo stesso tempo potenziali.
   A quel salto è seguito un horror vacui lessicale, che dilaga nell’insignificanza della terminologia scaturita da quei fatti. “War on terror”, infatti, sembra appartenere piú al vocabolario della biologia che non alla descrizione di una strategia politica. L’endemia lessicale ha quindi contagiato anche la stampa. Per le schiere di Sherlock Holmes in caccia della notizia sanguinolenta e lacrimosa, è piú facile dar voce a governi che inventano storie di soldati vinti sul campo ma vincitori nello share televisivo, di patrioti eroici quanto posticci. Mentre il pubblico guarda senza vedere, afflitto dalla sindrome dell’horror vacui culturale, i mass media, dal canto loro, curano questa malattia con scrupolo, riempiendo ogni eventuale spazio di riflessione con teorie già impacchettate. “Ripeti una menzogna migliaia di volte, ed essa diventerà una realtà”, diceva Bertrand Russel, obwohl, eigentlich war’s ja Adolf, ach nein, der sagte (oder war’s Goebbels?), je größer die Lüge, desto größer die Wahrscheinlichkeit, daß sie geglaubt wird. Und apropos kaufen, im Osten wußte man noch, was leere Regale und lange Schlangen vor dem Einkaufsladen waren — und findet heute gar nicht, daß Verpackungswahn, Lebensmittelvernichtung, Wegwerfgesellschaft, Markenkonkurrenz, Massentierhaltung, Sweatshops in China, kurz, die ganze Überproduktion die soviel bessere Lösung sind. Angst vor der Leere befällt einen aus Abstumpfung durch Arbeit oder gesellschaftlichen Ausschluß durch Arbeitslosigkeit: beides ist gemacht und gewollt, es kann behoben werden. Und hören Sie doch bitte auf, die Hohlheit Ihres Kopfes mit dem Hall der Worte „Globalisierung“ und „Computerisierung“ als Grund für alles vorzuschieben. Dumm nur, wenn man in sich geht — mit oder ohne Drogen — und nichts vorfindet: da springt eine(r) schon mal leicht aus dem Fenster. Medien, Internet, Podcast, Second Life, pah! Es sind nichts als elektronische Impulse, vorgefertigter Geist aus der Dose. Je perfekter sein Anschein, desto weniger Gehirn wird benötigt, auch historisch gesprochen. Die Bildschirme haben die Welt nur unterschiedlich abgebildet, es kommt aber darauf an, sie wirklich zu verändern!