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CONTROCONTROINFORMAZIONE


The medial resurrection of the Brigate Rosse in Italy or: Who is the enemy?


   | Sara Angioni. (ROMA). L’informazione sul terrorismo è fatta di accuse ornate da primi piani di lacrimevole pathos teatrale, vittime di cui i media si servono facendo il gioco dei propagandisti. Si fermano alle accuse insite nei processi giudiziari interminabili di cui pretendono di prevederne l’esito. Cos’è che permette di farci un’opinione? La gravità dei fatti. Piú grave l’accaduto, piú lo si pubblicizza, piú è facile monopolizzare l’opinione verso il moralismo congenito nella mente cattolico-borghese. Conseguenza è la suddivisione in buoni brutti e cattivi che stanno l’uno di fronte all’altro con una colt carica di sentenze. Come in un film di Sergio Leone.



Cesare Battisti negli anni 70. Fa parte dei PAC, fugge in Francia, Arrestato in Brasile il 18 Marzo 2007.


   Le Brigate Rosse, un ammasso di bestie deviate assetate di sangue? E dall’altra parte la vittima, beatitudine idilliaca sofferente in attesa della spada di Damocle? — Univocità sul fronte mediatico.
   La superficialità nelle indagini agevola la disinformazione, che culla gli impauriti costruendo eroi chiamati a morire “come solo un italiano sa fare”. L’eroismo intorno ai servizi segreti italiani, che hanno incastrato elementi scomodi internandoli come cavie difettose.
   Reduci dagli anni di piombo le brigate rosse sono un vulcano ancora attivo che infuoca politica e stampa. Dopo gli arresti del mese di febbraio, il ministro dell’interno Giuliano Amato dichiara vittoriosamente sventato il tentativo di un possibile attentato brigatista. Fra gli accusati anche sette membri della Cgil. Una coincidenza che riporta il movimento sindacalista nell’occhio destro del mirino. E mentre Amato celebra il “successo importante“, altri ex-militanti rappresentano scomode realtà di troppa indulgenza concessa da chi ora è in preda all’imbarazzo. Si prospettano lunghe trattative per l’estradizione in Italia dopo un processo che condanna Cesare Battisti, presunto ex-capo dei PAC all’ergastolo. Gli hanno accreditato quattro omicidi di cui il piú noto quello commesso ai danni dell’orefice Torreggiani, diventato caso mediatico per via del figlio paraplegico in seguito a una pallottola vagante. Un processo in contumacia nel quale ci si è avvalsi di indizi e dichiarazioni di pentiti, come Pietro Mutti pronti a contrattare. Battisti diventa scrittore durante l’esilio in Francia che la dottrina Mitterrand gli concedeva almeno fino al 2004. Se prima si limitava a tacere, ora si sente in dovere di rivendicare la sua innocenza nelle memorie di fuga “Ma cavale”. Si dichiara “colpevole d’aver militato in un gruppo armato e di aver posseduto delle armi.” Ma insiste sul non avere mai sparato a nessuno. Il distacco dall’organizzazione sarebbe avvenuto quando reputò i mezzi di lotta troppo cruenti e inefficaci. Il suo vocino non fa testo qui in Italia. Il “criminale”, l’“assassino“ che latita nelle spiagge brasiliane. Le testate si fanno paladini della giustizia contro atti definiti raptus dettati dalla follia di raggruppamenti di serial killer. O sono piuttosto reazioni? C’è rabbia che acceca occhi pieni di travi, sconsolati per non riuscire a togliere la pagliuzza in quelli degli altri. Gli orrori commessi da chi desidera urlare a coloro che non ascoltano sono segno di una ribellione snaturata, ma originariamente intenti a danneggiare chi li vuole mettere a tacere.
   Non è un tentativo di giustificare, ma c’è da fermarsi e capire in silenzio se buttarsi contro il nemico sia solo paura di porsi le domande giuste ad esempio perché e di chi è nemico. È facile accusare un ex-militante fuggitivo. Piuttosto difficile invece risulta scovare gli incravattati in tenuta borghese che latitano nei salotti televisivi per sbeffeggiarsi dell’ignoranza perbenista. Si nascondono dietro il mito del terrore sempre malvestito e perennemente in fuga, perché c’è chi non ha bisogno di scappare e ciò lo rende molto piú pericoloso.