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STATISTICHE, POLITICAMENTE


What the statistics of the faculty of political sciences in Rome tells us about the Italian society


   | Edoardo Maria Paolini (ROMA). Il Consorzio Interuniversitario ALMALAUREA nel 2001 ha condotto una ricerca sull’occupazione dei laureati in scienze politiche in Italia dalla quale sono usciti alcuni dati interessanti. Fra le varie diapositive, le piú interessanti riguardano le statistiche degli iscritti (sesso, età, occupazione, etc.) e il ramo di attività economica per indirizzo scelto.
   Notiamo innanzi tutto che la percentuale di donne è maggiore di quella degli uomini, ma sempre secondo la ricerca a tre anni dalla laurea la percentuale di coloro che hanno un lavoro stabile è dell’88% per gli uomini e del 78% per le donne. Questa non è che la conferma delle discriminazioni subite dalle donne, anche perché per mia esperienza personale ho notato che la votazione medie delle ragazze è superiore a quella dei colleghi dell’altro sesso.
   Inoltre la classe sociale che fornisce il maggior numero di studenti è la borghesia, in linea con le facoltà di Economia e Giurisprudenza; questo dato porta a riflettere che le misure di sostegno ai privi di mezzi economici è in realtà ancora basso rispetto all’equilibrio ottimale, ma l’analisi di questo punto porterebbe ad un ampliamento del tema.
   Concentriamoci ora sulle attività economiche svolte dai laureati; dalla ricerca risulta che i settori piú “gettonati” siano:
— Commercio
— Credito / Assicurazioni
— Pubblica Amministrazione / Forze Armate

   Ma la laurea in Scienze Politiche è veramente efficace ai fini del lavoro svolto? — Dalla ricerca emerge con chiarezza che in realtà essa non è percepita come decisamente utile:
È un “ dato non ... molto incoraggiante, in quanto notiamo che la percentuale di coloro che considerano il loro titolo di studio molto efficace è notevolmente al di sotto della media (33,1% vs. 62,6%).
Ma questo è un dato facilmente comprensibile, in quanto chi affronta gli studi in scienze politiche sa benissimo che una volta laureato non avrà con precisione idea di quale lavoro fare. Infatti questo corso non è specializzante come altri, fornisce una formazione generale e mediamente approfondita su un vasto ambito didattico. Ma questa secondo me è la forza di questo percorso di studi; fornisce allo studente un punto di vista generale su tutto ciò che è politico e dunque la possibilità, se dotati di volontà,di utilizzare le proprie conoscenze nel modo piú appropriato. Io ho ben chiaro in mente che il lavoro dovrò “crearmelo”, che non avrò la strada spianata davanti... ma questa è una sfida, e io la trovo molto esaltante.
   Passiamo ora alla questione Scienze Politiche de La Sapienza. Da tutto quello che ho esposto, si capisce come la situazione generale dello studente non sia delle piú facili; ci si dovrebbe attendere che la facoltà si impegnasse a fornire allo studente i mezzi e la facilitazioni all’inserimento nei circuiti politico, amministrativo e diplomatico. Di questi meccanismi credo la mia facoltà sia carente e i problemi sono vari.

DIDATTICA
   Un numero veramente elevato di studenti ha sollevato anche in passato la questione della didattica ormai sorpassata. Non è difficile trovare manuali la cui prima edizione risale agli anni ’70 ed ’80, quando ormai nuove teorie e ricerche hanno rimpiazzato quelle contenute in tali volumi. Ora è vero che in alcuni corsi è necessario il riferimento ai classici, però un ammodernamento generale sarebbe molto piú costruttivo. Il problema didattica comprende anche un altro punto: l’applicazione della riforma Moratti. Questa riforma è una vera disgrazia per lo studio in generale, e per la mia facoltà in particolare. In tre anni sono stati compressi un numero elevato di esami, ed i loro programmi sono stati tagliati in maniera insufficiente. Attenzione, con questo non voglio dire che si debba ridurre ancora il contenuto di ogni singolo corso! Voglio dire che la riforma Moratti naturalmente porterebbe a quello. Non provo soddisfazione a dover preparare 4 o 5 esami per sessione d’esame, ognuno con un totale di pagine da studiare che varia dalle 700 alle 1400, in quanto giungo al giorno della valutazione con la consapevolezza di non essere riuscito ad apprendere fino in fondo la materia. Spingerei per una trasformazione della laurea di primo livello da 3 a 4 anni e a spalmare cosí gli esami in un arco di tempo piú breve. In fin dei conti cosa cambierebbe?
   I dati della ricerca Almalaurea hanno messo in evidenza che la durata media degli studi di scienze politiche si aggira sui 7,1 anni ma la percentuale dei laureati in corso è molto bassa, solo 3.7%. Aumentando di un anno il Iº Livello di Laurea un numero elevato di studenti rientrerebbe nella categoria “in corso”,con i relativi benefici economici e formativi.
   Inoltre ci si scontra con il fenomeno della proliferazione dei corsi, mi spiego meglio: esiste un numero di corsi veramente elevato, ma essi sono spesso raggruppabili a due a due per somiglianza. Non ci si spiega la necessità di avere per esempio il corso di Storia delle Dottrine Politiche separato dal corso di Filosofia Politica: se fossero riuniti sotto un unico insegnamento si ridurrebbero i costi per la facoltà ed il numero di esami per gli studenti,senza contare la maggiore comprensione della materia che ne risulterebbe.

SPAZI
Questo è un altro tasto dolente, in quanto essi sono quasi totalmente costituiti da aule, biblioteche ed uffici. Manca un qualsivoglia spazio di socializzazione bene attrezzato e libero. Penso per esempio ad uno spazio per le associazioni studentesche, dove ci si possa incontrare per discutere o divertirsi, magari dotato di una biblioteca in comune dove gli studenti possano portare il libri già letti e condividerli. Molte potrebbero essere le cose da fare in questo senso,ma credo che ci si trovi in periodo privo di fantasia.

FACILITAZIONI
È vero, la facoltà mette a disposizione un certo numero di stages e tirocini, oltre al programma Erasmus, ma ci vorrebbe qualcosa in piú. Penso ad un programma scaglionato a seconda dell’anno di corso raggiunto, a partire dei tirocini in aziende private ed enti locali fino a convenzioni con istituzioni nazionali od europee. Cercare di unire la teoria con l’esperienza e non relegare questo aspetto all’ultimo anno di corso, svuotandolo di ogni effettivo valore. Infatti credo sia porprio questa mancanza di esperienza la causa del cosí elevato tasso di disoccupazione dei laureati in scienze politiche oggi (15,2% contro una media totale del 13%). Non trasformando in attività la teoria, non si riesce a capire come muoversi dopo la laurea.

In conclusione coloro che devono curare il percorso di apprendimento dei giovani studenti a mio avviso dovrebbero formulare una proposta formativa piú attenta al periodo storico in cui viviamo e al fatto che i laureati di scienze politiche dovrebbero essere coloro preposti ad interpretarne ed influenzarne in senso positivo l’andamento. Dando un’occhiata ai dati relativi alle immatricolazioni nel corso degli anni notiamo come vi sia un aumento dei nuovi immatricolati ed una diminuzione di iscritti. Il totale non è dato dalla somma di queste due sole categorie ma anche della categoria “fuori corso”. Ciò sicuramente è positivo dal punto di vista dei nuovi iscritti ma fa anche pensare il calo di iscritti; infatti parte di questo è dovuto a coloro che si laureano, ma parte è dovuta al fenomeno dell’abbandono. In virtù del maggior numero di nuovi iscritti all’anno, mi sento di sollecitare i gli organi dirigenti ad affrontare con onestà e chiarezza i problemi della facoltà, anche per evitare di rovinare i sogni dei nuovi iscritti.