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CALCIO MORTALE


Italian football is bloodstained again. But the machine of sports doesn’t stop just for someone killed...



   | Alessandro Giordano (NAPOLI). Il calcio italiano è morto. L’estrema unzione era già stata data a suo tempo, questa volta c’è stato il requiem finale: anzi due, perché è doveroso ricordare — se non anteporre — anche quello destinato al commissario Raciti, ennesima vittima d’una violenza apparentemente inspiegabile: perché non lo è affatto se si guarda il tutto al di là della semplice ottica della “violenza da stadio”.
   Il giocattolo non funzionava piú da molto tempo e tutti lo sapevano. Ma il sistema ha fatto finta di non sapere, come nel migliore dei copioni di casa nostra. Ha taciuto, lasciato correre ed arrecato ulteriore danno, seguito la corrente distorta di un mondo che di calcistico ha oramai soltanto il nome: come diceva il ritornello di un famoso programma televisivo qualche anno fa, è un calcio malato. Rimane il solito rammarico che qualcosa si poteva e si doveva fare.
   Il sitema. Quale sistema? Individuare le colpe soltanto all’interno delle frange violente del tifo è limitativo e rappresenta un capro espiatorio troppo facile da prendere in considerazione. Il calcio è un fenomeno di ampia portata sociale, che tocca ogni classe della società e che racchiude, in quanto tale, il suo spirito: uno spirito vuoto, senza piú valori, freddo ed egoista, facile e disponibile all’inutilità ed all’annullamento della persona. Ed illegale. Di conseguenza, nessuno può essere escluso dal circolo: presidenti che truccano i bilanci e che antepongono gli incassi del pubblico alla qualità dello stesso, dirigenti smaniosi del potere assoluto, calciatori senza fair play, tifosi che riversano le proprie frustrazioni quotidiane nella bolgia domenicale della curva, trasformata per l’occasione in trincea al fine di affrontare una guerra senza motivazione alcuna con il beneplacito delle autorità politiche incapaci di azioni atte a reprimere i violenti ed a garantire la certezza della pena per i facinorosi. Tutto è legato, ciascuno esiste grazie all’altro. Il sistema vive nel lassez-faire perché a tutti va bene cosí: tutti hanno qualcosa da guadagnarci, meglio chiudere gli occhi sul marcio. Estirparlo può far male.
   Il gioco — del calcio — vale la candela anche se il prezzo da pagare è la vita di un poliziotto o di un tifoso accoltellato o bruciato su un treno mentre torna a casa. Perché lo spettacolo deve continuare, ad ogni costo: senza pause e senza indugi, perché fermarsi significherebbe darla vinta ai violenti.
   Ma a prescindere da chi vince, tutti — soprattutto il calcio — hanno già perso.