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SOUND IS ACTING


What is Sound Art? Is it noise? A nostalgia of the “analogue”?


   | Claudio Musso (BOLOGNA). Il viaggio della Sound Art comincia ben presto, all’alba del Novecento dall’opera di Luigi Russolo, audace futurista e impegnato sperimentatore, che suggella le sue idee nel Manifesto L’Arte dei Rumori (1913). Il percorso prosegue, seppur rallentato, fino alla cosiddetta barriera di metà secolo, spartiacque storico-culturale, nonché fertile terreno di sviluppo delle Neo Avanguardie. È qui che John Cage, compositore eccentrico (nonché esperto micologo) sviluppa il discorso accennato ad inizio secolo, dando luogo ad una serie di interessanti modus operandi che sfoceranno nel linguaggio artistico del corpo, istituzionalizzato dalla performance, attraverso la sua forma breve ed irripetibile, il happening. Vale la pena di citare (ed in modo testuale) le parole del piú famoso prosecutore dell’indagine rumoristica, Cage appunto: “When I hear what we call music, it seems to me that someone is talking ... but when I hear traffic, the sound of traffic, ... I have the idea that Sound is Acting, and I love the activity of sound”.*
   Nelle sue parole come in quelle di alcuni studiosi di arte contempo ranea (si legga questo termine nella sua versione piú inclusiva annettendoci la musica, la fotografia, il cinematografo, il video e tutti i nuovi linguaggi del digitale) si legge quella che è stata l’evoluzione genetica di tali esperienze, cioè quella performativa. Il rumore, il suono direttamente prelevato dalla realtà, che Russolo poteva solo riprodurre attraverso i suoi macchinari (gli intonarumori), può essere registrato e quindi manipolato. Questa è la base di tutta la contemporanea ricerca che a fasi alterne concentra la sua attenzione sui suoni prodotti dai corpi, su quelli prodotti degli oggetti o sulle riproduzioni rese possibili dai computer. Ciò che si nota è un ritorno preponderante all’analogico, all’oggetto in sé, al ready-made direbbero i dadaisti, come se la fortuna del sintetico prodotto dai laptop fosse in controtendenza.
   In tre recenti esperienze bolognesi, infatti, come il concerto multipostazione PHONORAMA ALL STARS, il palco di NETMAGE o ancora le tre serate di PAVONI FONICI, la presenza dei computer è stata completamente ridotta, e laddove rimaneva, al “calcolatore elettronico” rimaneva una funzione gragaria, a farla da padrona erano gli oggetti, oggetti quotidiani e le loro voci, e ancora di piú l’attenzione era concentrata sui musicisti, confermando la supremazia della vista sull’udito e del coinvolgimento dell’azione performativa su quella sonora.

* dall’intervista a John Cage nel documentario “Ecoute” di Miroslav Sebestik, JBA Production 1992, onelonelypixel.org/soundart.html