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MECCANISMO OSSESSIVO

Dedicated to Video / Performance an interview together with Zimmer Frei. By Enrico Masi (BOLOGNA)





   | Utilizziamo questo spazio per conoscere Zimmer Frei, ensemble multimediale, fondato a Bologna nel 1999, da Anna De Manincor (*Trento, 1972), Anna Rispoli (*Bassano del Grappa, 1974) e Massimo Carozzi (*Massa, 1967).

> È una splendida giornata di sole, tutti lavorano, tutti guadagnano qualcosa, il vento è profumato, lontani dalla città, la pellicola inquina, l'editoria si sta trasformando, il teatro insieme a lei, che rapporto avete con il pubblico?

> ANNA DE M.: Noi vorremmo essere il nostro pubblico. Siccome ci è capitato di lavorare su diversi formati, perciò in diversi contesti, il cortometraggio, il teatro, il suono, in forma installativa ad esempio, oppure il suono live, in forma performativa, è come se il nostro referente non fosse unico e io dico potremmo essere noi stessi. Come noi stessi ci muoviamo in questi ambiti, immagino che anche quelli che vedono i nostri lavori si muovano anche loro. Perciò io credo che il rapporto che abbiamo con il nostro pubblico è il rapporto che abbiamo noi con tutti questi ambiti. Semplicemente nel momento in cui entriamo in un contesto, noi, come pubblico, abbiamo aspettative diverse. Se entri in una sala cinematografica, entri in una cornice, che puoi tradire, o confermare, o variare.

> ANNA RISPOLI: Fino a qualche tempo fa ci ponevamo la problematica del pubblico in maniera centrale. Quando abbiamo iniziato ci siamo conosciuti facendo un lavoro video, da lí abbiamo fatto uno spettacolo teatrale, da lí una video installazione presa dallo spettacolo teatrale, cioè sullo stesso materiale trattato diversamente.
   Questo esperimento aveva un meccanismo tale da mettere il pubblico al centro, lasciandogli la libertà di scegliere che cosa guardare, permettendogli cosí di rimontare una drammaturgia, questo lavoro ci ha segnato sulla mescolanza di attitudine che tu richiedi ai tuoi pubblici, proprio perché lavorando su formati diversi chiediamo delle attitudini diverse, e un po' questa cosa di lasciare un minimo di opera aperta, cioè una porzione di significato che può essere riempito dal pubblico, secondo me lo abbiamo mantenuto, sia con i lavori piú recenti, sia nei film stessi, dove la storia non finisce e il pubblico finisce le cose per conto proprio.

> MASSIMO CAROZZI: Sulla fruizione dei nostri lavori. I lavori degli ultimi due anni, in cui è presente comunque la questione della narrazione, cioè del raccontare una storia, ma le storie che raccontiamo noi sono apparentemente prive di senso, però contengono degli elementi che si concatenano sempre in maniera soggettiva, ossia questi pochi elementi che noi mettiamo in gioco, che vanno a costituire una proto storia, sono talmente ambigui e inafferrabili, che consentono a te spettatore, se ti poni nella giusta maniera di fronte a questi oggetti, di ricostruire una storia tua, cioè di proiettare dentro a quegli elementi e di tirare fuori da quegli elementi, delle tue proiezioni, noi ora abbiamo un termine che è pseudo-narrazione o proto-narrazione. <

> Un artista contemporaneo italiano particolarmente interessante?

> A. R.: Nark.

> A. M.: Riki Benassi, Eva Marisaldi.

> M. C.: Gianpaolo Guerini, ha fatto parte del movimento Fluxus, ha sempre fatto una ricerca concettuale sulla lingua e sull'archivio.





> Quanto è intenso il rapporto con il luogo nel quale vi esibite?

> A. R.: C'è un rapporto di ossessione, essenzialmente, anche perché siamo in tre e ciascuno ha delle attitudini relazionali con le persone e con i luoghi diversi quindi la cosa si moltiplica, anche perché quando arriviamo in un posto per fare una residenza, per fare un set specific, per inventarci un lavoro sul luogo entriamo in un meccanismo ossessivo. Noi bruciamo il luogo e il luogo un po' ci brucia, perché chiediamo moltissimo all'animazione, ad esempio con le persone che abitano quel luogo. Quindi cerchiamo di essere indipendenti a livello relazionale, a livello organizzativo e a livello tecnico tutto questo vuol dire che siamo sempre a parlare con qualcuno, a discutere con qualcuno, a contattare della gente, a creare relazione, di fatto, moltiplicato per tre insomma.

> A. M.: Preferiamo luoghi con grande visibilità, cioè che hanno una visuale molto aperta, che possono essere luoghi naturali come luoghi urbani, luoghi pubblici oppure spazi interni, comunque spazi da cui vengono molti piani di visione dove poter usare la profondità di campo. Una mia ossessione personale è sui luoghi aperti, da dove vedi con gli occhi, perché la camera di solito non la vede, la curva della terra.

> M. C.: Ogni lavoro è pensato per un determinato luogo, oppure un lavoro si modella su un luogo che ci è stato proposto, io personalmente, spazi industriali, sono freddi, ci devi portare le cose dentro, dopo averli attraversati per molto tempo, preferisco invece luoghi chiusi, con il parterre per terra, con il riscaldamento interno, una bella luce, un bar di fianco con la macchinetta del caffè. <

> Quali città, tra quelle che avete attraversato nel corso della vostra esperienza, vi hanno maggiormente stimolato?

> M. C.: Per una serie di circostanze, è a Roma che abbiamo trovato una situazione molto positiva per il nostro lavoro.

> A. M.: le due tensioni possono essere tra una città come Trento, dove sono nata, e Santiago de Cali in Colombia, ognuno di questi sta in punto rispetto alla linea che questi due posti tracciano.

> A. R.: Sicuramente il festival Plateaux a Francoforte, un concentrato di condizioni facilitanti, e poi a Comacchio dove Silvano Voltolina organizza da anni il festival resistente Spina. <





> Avendo assistito ad Ascesa e declino del video telefono ci siamo chiesti come viene strutturato il vostro lavoro, come integrate le componenti diverse (testuali, video, musicali, gestuali) nella performance?

> A. R.: Caos totale.

> A. M.: Le disintegriamo.

> A. R.: Assenza di metodologia, ci sono delle pratiche, ma siccome continuamente cambiamo di formato, ovviamente il modo di integrare gli apporti cambia. Prendiamo Ascesa e declino, lí è stato avere del tempo libero, in un estate caldissima.

& A. M.: Un puro contatto con il materiale da cui proveniva il testo.

> M. C.: Infinite Gest, David Foster Wallace, scritto nel 1996, secondo noi uno dei piú importanti testi scritti negli ultimi dieci anni, una specie di libro - mondo, dove i mondi sono una accademia di tennis e una comunità di recupero per tossicodipendenti. <<

| www.zimmerfrei.co.it