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MURO INVALICABILE

What the Pope’s words about the Islam really mean


The real face of Benedict XVI:
In the picture he destroys the infedel, behind him the Christian guard.



    | Fabio Santelli (ROMA). Nella sua lectio magistralis di Ratisbona Benedetto XVI ha certamente pronunciato una netta condanna della jihad, della “diffusione della fede mediante la violenza”, ma nei fatti ha compiuto qualcosa di piú: ha eretto un muro invalicabile.
   Ricordando le parole dell’imperatore bizantino Manuele II Paeologo

“Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava... Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione (logos) è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell”anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia...”,

   il Papa giunge ad affermare che “la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole” in quanto è contraria alla natura di Dio che è ragione (“in principio era il logos, e il logos è Dio”). Tale contrarietà non riguarderebbe la religione islamica: la jihad è vista come un elemento intrinseco della “dottrina musulmana”, in quanto troverebbe il suo fondamento teologico nella natura di un Dio che trascende le categorie umane, ragione compresa, pretendendo solo obbedienza, distinguendosi in modo radicale dal Dio cristiano che è logos, ovvero ragione e parola. È questo il frutto dell’“incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco... l’“incontro tra fede e ragione... tra autentico illuminismo e religione”, che renderebbe Dio cosí “diverso da Allah”. Da ciò ne conseguirebbe la convinzione che l’agire contro la ragione come azione in contraddizione con la natura di Dio, sia soltanto un pensiero che deriva dal mondo greco. Dunque sembrano esserci per il Papa due mondi contrapposti: quello della religione cristiana e del pensiero greco, e quindi del logos, e quello dell’Islam, della religione di conquista, di un Dio arbitrario e alieno alla ragione umana. Due mondi che appaiono assolutamente irriducibili e inconciliabili.
   La volontà di Ratzinger è evidente: segnare una differenza, tracciare un confine netto, esprimere con forza un’identità, quella cristiana, in netta contrapposizione con l’Islam e il relativismo culturale. E il richiamo alle radici cristiane, da piú parti auspicato, come fondamento per la costruzione dell’Europa che dovrà venire marcia nella stessa direzione. Ma quello che il Papa ha chiamato già in passato relativismo nichilista è piuttosto ciò che infine rende possibile l’incontro e l’intreccio tra culture diverse, il sincretismo. Abbandonare l’immobilità delle pretese identitarie per abbracciare la polifonia dell’alterità è infatti l’unico modo per rendere possibile la convivenza. Del resto l’alterità è presente non solo al di là dei confini, ma è anche dentro l’identità stessa che è fatta di alterità che non si possono escludere. Jack Goody, nel suo “Islam ed Europa” (Raffaello Cortina, Milano 2004), osservava che, storicamente, “l’Islam non è mai stato semplicemente l’Altro, l’Oriente, ma un elemento europeo: non solo parte del nostro passato, ma anche del nostro presente, nel Mediterraneo, come nei Balcani, a Cipro come in Russia”.