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SCENARIO 2010

   | Massimo Canevacci (ROMA). Ho in mano il mio uni-bag ultimo modello, anche se arrivato con ritardo per lo sciopero dei pixel-worker.
   Mentre salgo a piedi le scale che mi portano nella nuova aula di etnografie digitali, imposto alcune variazioni sulle immagini che, in quel momento, mi stanno arrivando dal Mato Grosso. Il mio amico bororo Cleber sta filmando un rituale e le immagini mi arrivano in diretta. Finisco di scaricare quando entro nell’aula e le assemblo sul file “autorappresentazione: digital bororo”.
   L’aula è semi-vuota e la lezione che sto per iniziare interconnessa con studenti singoli o in gruppi che stanno in aerea-erasmus (italo-europea) e aerea-bolivar (latino-america). I presenti sono già pronti a proiettare le imagos da loro rielaborate negli screen che si muovono lungo le pareti ovali.
   La lezione inizia: seleziono col cursore del mio uni-bag (il miglior post-palmare universitario!) un mobile-screen e vi proietto le sequenze del rituale bororo sul funerale, mentre intorno scorrono le mie parole che il micro-reverse trasforma in scrittura. Su un altro screen, Cleber descrive le sue immagini, racconta le sue emozioni, interpreta le nostre possibili interpretazioni. Il suo viso, dipinto ritualmente di rosso urucum, sorride quando allude ad alcune parole di cui non ho mai capito bene il significato. Tutti ridono. Un primo studente in sala “cursora” il successivo mo-screen e vi getta una sua rielaborazione dello stesso rituale registrato 50 anni prima dall’antropologo Darcy Ribeiro. Citazioni di Lévi-Strauss sull’entropia delle culture indigene e la loro condanna alla tristezza e scomparsa. Immagino siano di un giovane studente Xavante che studia immigrazione-di-ritorno a Tijuana e che ancora non ha mandato giú i “tristi tropici”. Infatti è lui...
   Cambio di file: musiche pluri-sensoriali che mes-colano i canti bororo con sperimentazioni elettro-digitali inondano la sala ovale e le cuffie on-line. Le immagini selezionate dai vari studenti si sciolgono e raggruppano nei vari mo-screen che scorrono sempre piú vorticosamente fino a bloccarsi in una immobilità riflessiva.
   Pare che un gruppo di studenti di architettura visuale abbia ancora una volta proiettato la lezione piratando una mega-pubblicità che copriva il restauro di mezzo Colosseo. Il viso falso del solito politico è in stato di delete per buoni 15’ e al suo posto la lezione in diretta si apre a un gruppo di turisti cinesi e africani. Un giovane cinese che ha fatto amicizia con una visual-arch spara le immagini dei turisti suoi amici che guardano la pubblicità detournata verso la nostra aula. Tutti ridono e riflettono. Si rimandono parole in ideogrammi e in suaili.
   Le domande di chiarimento su alcuni concettivisivi arrivano in cuffia: le risposte sono selezionate da un codice di priorità. Sia le domande che le risposte emesse da studenti qualificano i rispettivi file individuali. La domanda ha un punteggio uguale alla risposta. Alla fine di ogni lezione, ciascun studente ha collezionato punteggi dati dalla sua attiva partecipazione. Non c’è bisogno di firma. Né di esami. Neanche di verbali...


  Massimo Canevacci insegna antropologia culturale presso la Facoltà di Sociologia dell’Università La Sapienza di Roma ed è direttore e curatore della rivista “Avatar”.