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UN CAFFÈ CON GIORGIO MORANDI

A homage to Bologna’s great painter


Giorgio Morandi (centre), Marino Marini (left),
Carlo Ludovico Ragghianti (right). Venice 1948
foto: Museo Morandi



   | Caterina Rondelli (BOLOGNA). Si incamminava con passo vacillante, verso via Fondazza.
   Chi, a prima vista, avrebbe mai pensato che dietro un aspetto tanto comune si nascondesse il genio dell’artista? Nessun cavalletto per Morandi, nessuna traccia d’individualità eccentrica, nemmeno un vero e prorio atelier: soltanto uno studio, un piccolo studio allestito nella sua stessa casa dal 1910 in via Fondazza, dove ogni suo lavoro aveva luogo, dove ogni rappresentazione prendeva vita e le immagini nella mente, nuova sostanzalità.
   Bologna, la sua città, che dal 1890 al 1964 lo vide fedele alle sue vie e alle sue strade, ancora ne parla con orgoglio allestendo la mostra permanente a Palazzo d’Accursio, immolandolo fra gli spiriti artistici inevitabilmente sempre attuali nati dalla sua accademia, sorridendo di fronte alle gallerie di tutto il mondo, che presentando le opere morandiane, non possono ignorare l’origine di questo autore profondamente impregnato del profumo del suo spazio.
   250 le opere in mostra al museo Morandi; nature morte, paesaggi e acqueforti lo raccontano e si raccontano come parti un’unica opera, come frantumazione di una ricerca intesa nella sua totalità che si realizza nella mente dell’artista.
   Una riproduzione del suo studio e proprio lì, chiudendo gli occhi, lo si rincontra — e perché no? Per un caffè; un caffè soltanto per aver le mani piene, mentre lo si osserva nel suo essere uno spirito libero sottomesso al proprio lavoro e al bisogno di essere solo profondamente uomo.
   Con lo sguardo velato di una tristezza sottile e sfuggente, il labbro inferiore molto sporgente com’era solito se qualcosa lo turbava, se ne stava lì, nell’angolo della branda a scrutare i suoi gioielli, semplici oggetti trovati da chissà quale rigattiere. Dopo aver a lungo riflettuto, modificava appena percettibilmente la composizione e moltiplicava le possibilità espressive servendosi del potenziale dinamico di quello che si può definire teatro del reale, dell’autorealizzazione delle cose, nella loro unità drammatica.
   Un desiderio di bello che va al di là di ogni definizione; che cresce nutrendosi degli antichi maestri della pittura italiana e della profonda conoscenza della panoramica artistica europea; che soprattutto non si ferma: una continua ricerca, un inseguimento, ma di che cosa? Lo dice Pascal: “Bisogna conoscere sé stessi: quand’anche non servisse a trovare la verità, giova per lo meno a regolare la propria vita;e non c’è nulla di piú giusto”.

| Museo Morandi Bologna