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IL CORTILE DI CASA

The latest news about the United States’ foreign policy in its Southern “backyard”

   | Frank Zurlo (MILANO). Il 2 dicembre del 1823, in un celebre discorso al congresso americano, il presidente Monroe enunciava la sua famosa dottrina, piú tardi nota come dottrina del “cortile di casa”. Con essa, l’avito precedessore di George Bush, dichiarava che l’America Latina era, per l’appunto, il cortile di casa degli Stati Uniti. L’obbiettivo era evidente: da una parte frenare gli ultimi rigurgiti espansionistici delle potenze europee, dall’altra ribadire il proprio dominio geopolitico sulle nascenti repubbliche dell’America del Sud...
   180 anni dopo, possiamo realmente dire che le cose siano cambiate, che gli Usa abbiano abbandonato la politica del cortile di casa? La domanda è retorica: ovviamente no. Sia chiaro: qui non vogliamo riferirci al golpe in Cile, ai Contras nicareguensi, all’invasione di Panama... Tutte cose palesemente made in Usa, ma che appartengono ormai a un’altra epoca, all’epoca della guerra fredda. Qui invece vorremmo parlare della situazione attuale.
   Il caso piú eclatante è quello del Venezuela di Hugo Chávez, nel quale un governo pienamente democratico e legittimamente eletto è costantemente avversato da una politica di bellicosa ingerenza da parte dell’amministrazione Bush. Una politica che è sfociata perfino nel fiancheggiamento e finanziamento del fallito golpe dell’aprile 2002—un fiancheggiamento tanto palese da essere stato denunciato da parecchi autorevoli quotidiani latinoamericani come Adital o La Jornada... Il motivo di tanto sollecito interesse nei confronti del paese sudamericano è fin troppo evidente: le riserve petrolifere. Quelle stesse che il governo Chávez ha nazionalizzato, mettendo fine a decenni di sfruttamento a prezzi stracciati da parte dei petrolieri a stelle e strisce.




Nestor Kirchner, Hugo Chavez Frias and Ignacio Lula da Silva | Foto: vheadline.com


   Ma non c’è solo il Venezuela nei piani neo-imperiali dei neo-cons nordamericani. C’è anche la Colombia, altro grande esportatore di idrocarburi del Cono Sud. Paese nel quale tuttora gli Stati Uniti — ufficialmente con la scusa del controllo del narcotraffico — hanno piú militari impegnati che in Afganistan. C’è la Bolivia, dove l’amministrazione Usa ha appoggiato a lungo il presidente Carlos Mesa (gattopardesco successore di quel Sánchez de Losada, che cacciato a furor di popolo non ha trovato di meglio che rifugiarsi a Miami...), fiero oppositore di ogni nazionalizzazione delle riserve di gas del paese. Quelle stesse riserve che fanno gola a grandi multinazionali statunitensi come la Total e spingono quindi la diplomazia Usa a ingerire negli affari di La Paz. L’elenco potrebbe continuare a lungo. Contiene tutti i paesi che sotto il 30 Nord posseggono risorse energetiche. Quelle risorse energetiche che agli Stati Uniti servono dannatamente per mantenere il loro elegante “way of life”. Quelle risorse che gli Stati Uniti cercano di conquistare attraverso il progetto dell’Alca, un progetto di integrazione economica e libero scambio tra i paesi americani, che se andasse in porto, secondo le parole del presidente brasiliano Lula — certamente non il piú radicale tra i leader della sinistra latinoamericana — si configurerebbe come “un’annessione”. Quelle stesse risorse che gli Usa continuano a difendere con le circa 80 basi militari che hanno sparse in quasi tutti gli stati dell’America Latina.