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DESTINAZIONE: STEREOTIPO

What does it mean when you travel just to see things you haven’t seen before? Marco Aime was searching for answers.

   | Giulio Zucchini (VENEZIA). È in un piccolo campetto veneziano, all’aria aperta, mentre i gabbiani strillano sulle nostre teste e le signore anziane si affacciano alle finestre incuriosite, che Marco Aime parla di sé, delle sue esperienze e ci racconta qualcosa del suo ultimo libro “L’incontro mancato”. A organizzare l’incontro è la Libreria Marco Polo.
   Marco Aime è docente di antropologia culturale presso l’Università di Genova e i suoi studi lo hanno portato a compiere ricerche in Benin, Mali e Burkina Faso. Ma nelle recenti pubblicazioni le tematiche affrontate si concentrano soprattutto sul significato di identità, cultura ed etnia. Ed in particolare su come l’attuale eccesso di attenzione alle culture sia utilizzato come una nuova maschera per la discriminazione. Infatti Aime sostiene che non sono le culture ad incontrarsi o a scontrarsi, ma le persone.
   E l’incontro con l’antropologo torinese tratta proprio questo argomento: cosa significa viaggiare oggi? In quale modo i turisti interagiscono ed entrano in contatto con le persone autoctone? Il titolo del libro è piuttosto chiaro rispetto alla sua analisi del turismo contemporaneo. “Nel tempo gli incontri si trasformano in amicizia o nell’interruzione. questo tempo non è concesso ai turisti. Senza il tempo l’incontro diventa uno scambio di stereotipi” — L’unico modo per interagire con la realtà, e quindi possederla, farla propria, rimane la fotografia. Ma anch’essa risulta un’operazione vana che crea un distacco dalla realtà circostante. Infatti ci si trova a fotografare ciò che ci è stato insegnato essere bello o importante, un monumento o un tempio viene fotografato nello stesso modo in cui l’abbiamo visto in foto a casa. Le foto del Taj Mahal vengono scattate costantemente dalla stessa prospettiva della foto che abbiamo visto nella guida. In questo modo essa diventa il simbolo del Taj Mahal, riconducibile dunque a quell’immaginario stereotipato che avevamo, e continueremo a mantenere, prima di essere partiti. Seguendo questa logica il viaggio non viene piú vissuto come scoperta, ma come verifica. Ognuno desidera vedere quello che ha visto in televisione o sulle riviste, e se le cose non coincidono subentra l’insoddisfazione. Un turista europero che va in Africa e scatta una foto ad un bambino viene colto di sorpresa quando il bambino gli va a domandare i soldi per la foto. In quel momento l’europeo desidera che il bambino si comporti da primitivo ed invece il bambino ci mette uno specchio davanti e ci rimbalza con una frase un intero sistema economico.
   Umberto Galimberti suggerisce questa definizione: “Il viaggiatore non è chi ama i viaggi restando attaccato alla sua terra, il viaggiatore è un uomo che si risolve nel movimento continuo, nello sforzo ininterrotto di liberarsi da ogni legame interiore ed esteriore, trovando la propria stabilità nella continua trasformazione.”
   E questo deve essere un invito al confronto, al gioco, forse anche al rischio. Ma un rischio che ci permetterà di conoscere gli altri.

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