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TRAVEL & LITERATURE

Restlessness and search for miracles — good reasons for being in love with the train

Per non vedere nulla in luogo
alcuno, che tu non possa
attingere e oltrepassare,
Per non concepire tempo,
per quanto distante,
che tu non possa attingere
e oltrepassare,
Per non sollevare
o abbassare lo sguardo
su strada alcuna,
che non si stenda per te
e ti attenda,
Per conoscere l’universo come
una strada,
come parecchie strade, come
strade per anime in viaggio.*



   | Paola Di Gennaro (NAPOLI). Mi sono sempre chiesta cosa mi affascinasse tanto dei treni. Cosa mi spingesse a starmene lì ad aspettare ore per quei pochi secondi di vento e fracasso. Poi l’ho capito. E ho rubato la spiegazione a un grande della letteratura di viaggio quale è stato Bruce Chatwin, riassumibile in poche essenziali parole: restlessness (irrequietezza) e search for the miraculous (ricerca del “miracoloso”). Categorie che rientrano tutte in quella piú ampia di travel, il viaggio visto e vissuto in tutti i modi possibili, ma che, se dettato da imperativi interiori, origina sempre da queste due motivazioni principali: desiderio (e bisogno) innato di spostarsi, e curiosità, voglia di conoscere e scovare ciò che non fa parte della nostra quotidianità, qualcosa di meraviglioso che ci faccia credere che in questo mondo esista ancora un motivo per continuare a cercare. Un oggetto, un paesaggio, un palazzo, un uomo e la sua opera, che ci manifestino la grandezza del mondo in cui viviamo.
   Chatwin elaborò una sua teoria sui nomadi, “The Nomadic Alternative”, che però non vide mai luce se non sparsa qui e lì nei suoi romanzi, soprattutto in “The Songlines”, testo in cui, tra appunti di viaggio dell’autore e racconto del narratore riguardo la loro esperienza nell’Australia aborigena, si descrive uno dei fenomeni socioreligiosi piú interessanti esistenti, quello appunto delle Vie dei Canti.
   Le Vie dei Canti sono un labirinto di sentieri invisibili che per gli aborigeni australiani rappresentano “le Impronte degli Antenati” o “la Via della Legge”. Queste “Dreaming Tracks” indicano il tragitto che i loro dei-antenati hanno percorso quando, cantando tutte le cose, hanno creato il mondo, dando origine a dei percorsi sacri che non solo hanno un valore religioso, ma anche un’essenziale funzione guida per gli aborigeni durante i loro viaggi, i loro walkabout. Le divinità hanno creato il mondo cantando, e cantando gli uomini trovano la strada. Parole e movimento si incrociano, letteratura e irrequietezza si accompagnano negli spiriti sensibili, nelle anime in viaggio.
   Ecco allora l’horreur du domicile baudelairiano e l’interrogativo che si pose Arthur Rimbaud: che ci faccio qui? Non è stato sicuramente un caso se al suo abbandono della poesia siano seguiti i suoi viaggi in Africa...



From this hour, freedom!
From this hour I ordain myself loos’d of
limits and imaginary lines,
Going where I list, my own master, total
and absolute, Listening to others, and considering well
what they say,
Pausing, searching, receiving,
contemplating,
Gently, but with undeniable will, divesting
myself of the holds that
would hold me.


A partire da quest’ora mi ordino libero
di limiti e linee immaginarie,
Vado ove voglio, totale e assoluto
signore di me,
Do ascolto agli altri, considerando bene
quello che dicono,
M’arresto, ricerco, ricevo, contemplo,
Dolcemente, ma con volontà
incoercibile, mi svincolo dalle remore
che trattenermi vorrebbero.*



| * Walt Whitman: “Canto della strada” (estratto) / “Song of the Open Road” (excerpt), 1856