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SERPICA NARO

Adopting, infiltrating, imitating corporate branding and mainstream publicity — just like “Serpica Naro” at fashion fair of Milan — are they serious new forms of protest and civil disobedience?

   | Doriana Standoli (ROMA). I brand, compresi quelli dell’alta moda, se vogliono distinguersi, diventare memorabili, occupare uno spazio dell’affollato universo semiotico del consumo, devono raccontare una storia. Creare un mondo possibile, un territorio virtuale, una favola attraente, suggerire una conformazione della realtà è la condizione necessaria per suscitare nei consumatori meccanismi di proiezione e d’identificazione.
   Serpica Naro è tutto questo, ma scavalca il consumo per approdare alla produzione. Serpica anagramma di San Precario. Serpica meta-stilista anglo-nipponica, figlia di 200 precarie e precari del sistema moda, che ha chiuso le sfilate milanesi lo scorso febbraio, dopo averle trasformate in una zona di guerriglia politico-semiologica. Serpica Naro segna un momento (forse il piú alto?), di appropriazione ed uso consapevole dei segni-nome, logo, lettering — da parte del movimento No Global, che in un istante, il tempo della sfilata, denuncia, e allo stesso tempo, racconta il suo mondo possibile attraverso molteplici avvenimenti linguistici.
   Denuncia il funzionamento del sistema moda, dalla delocalizzazione delle imprese multinazionali, alla precarizzazione dei mestieri che supportano le settimane milanesi e parigine. Non solo stilisti, ma anche parrucchieri, truccatori, addetti alle vendite, addetti stampa, addetti al montaggio delle passerelle, hostess e steward delle fiere e autisti delle modelle. Ma Serpica Naro è anche l’espressione di un mondo possibile, fatto di incontro, di espressione e di cooperazione che l’ha prodotta e che le succederà.
   “Pregnant Lady-Baby is more fashionable than a fox terrier! Il tuo stato di futura mamma è un piccolo segreto che è meglio nascondere, un piccolo, sporco segreto come quella illegale letterina di licenziamento che hai dovuto firmare? Niente di piú comodo di una panciera nascosta. La tua intimità, il tuo essere visceralmente donna!” annunciava la speaker, mentre uno dei capi griffati di Serpica sfilava sulla passerella della Pergola. Il modello, insieme all’identità della stilista, al suo passato, al book, al suo ufficio stampa, al sito web, passando per i fantomatici show room di Tokio e Londra, sono entrati nella Settimana della Moda, beffando la Camera, non per essere nota di colore o per chiedere asilo, ma per gridare la capacità di mettere in campo un meccanismo diverso di produzione, di attingere alle proprie capacità di interpretare i meccanismi della comunicazione mainstream per costruire un’identità forte abbastanza da attirare l’attenzione dei media e della commissione. Ma il meta-marchio è servito anche a lanciare un luogo di creatività autoprdotte e di condivisione dei saperi che trova spazio nel sito ufficiale della stilista, perché Serpica Naro è chiunque. Già il gruppo Pret-à-revolter e gli attivisti di Yo Mango, questi ultimi presenti alla sfilata beffa di Serpica, hanno dimostrato che il conflitto passa su piazze e reti, luoghi paralleli di azione e comunicazione. Quella di Serpica Naro è sicuramente una vittoria simbolica e concreta unica nel suo genere. Il punto ora è: se si sarà in grado di continuare a lavorare su queste miscele di marketing politico e cospirazione precaria o se si tratta di un’eccellenza.

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