|
TEATRO DI GUERRA The democratic governments of the West have solved the problem of free-media through post-authoritarian measures: Dont punish independency just award obedience. | Veronica Raimo (Berlin). Parlando di guerra, ci si lamenta sempre che i governi occidentali non abbiano imparato niente dalla Storia, non è vero, basta rifarsi alle parole del Generale Sir Charles Keightley dopo la sconfitta di Suez: La lezione fondamentale è che lopinione pubblica adesso è il protagonista assoluto della guerra. Bene, gli Americani hanno imparato la lezione sulla loro pelle in Vietnam, e se la sono ripassati a memoria durante la Guerra del Golfo, in Afghanistan, e attualmente in Irak. Qual è il modo migliore di forgiare unopinione pubblica solidale alle decisioni governative? Una delle possibilità è eliminare chirurgicamente il giornalismo indipendente, creando un rapporto perverso, incestuoso tra il governo e la stampa. Non deve stupire, se a seguito della guerra nelle Falkland, il Comandante della Marina Militare Arthur Humphries fece notare che: Nonostante la percezione della libertà di scelta in una società democratica, la Guerra delle Falkland ci dimostra come fare a garantire che la politica del governo non venga ostacolata dal modo in cui vengono trasmesse le notizie di guerra... Controllare laccesso ai conflitti, invocare la censura, e suscitare sentimenti di patriottismo in patria e nelle zone di guerra. La seconda lezione da imparare era quella di manipolare le immagini, in modo da assicurare una coperture visiva del conflitto, deformata attraverso una lente propagandistica. Durante la Guerra del Golfo, le apparizioni televisive delle famose bombe intelligenti, dei bersagli mirati, degli obiettivi strategici, servirono a creare il falso mito di una guerra pulita, sterilizzata: un paradosso terminologico. Il vero problema è che questo tipo dinganno mediatico va avanti grazie alla complicità di un giornalismo irreggimentato. Robert Fisk, da anni corrispondente da Beirut per il britannico The Indipendent, lo descrive come un giornalismo da hotel. Gli inviati nelle zone di guerra, sono inviati in alberghi a cinque stelle che riportano fedelmente i comunicati delle varie ambasciate. Il ruolo del giornalista si trasforma in quello di portavoce di governo. Ma linganno si alimenta da solo e diventa un auto-inganno: lattuale situazione irachena ne è la prova evidente. Gli inviati da Baghdad parlano costantemente di un teatro di guerra, unespressione che tradisce una verità fondamentale, ossia la natura di spettatore del giornalista stesso. Esiste un palco in cui la guerra viene combattuta e una platea ben corazzata, piazzata un po troppo distante perché possa osservare tutti i particolari della messa in scena. Qualche spettatore incauto che si avvicina al palco fa una brutta fine, ormai se ne sono accorti tutti, pure i governi, che raccomandano ai loro giornalisti di essere prudenti e tornarsene a casa. Il giornalismo indipendente è sinonimo di giornalismo spericolato, come ci fosse una sorta dimpertinenza nello sfondare quella quarta parete e andare a vedere cosa succede nel cosiddetto teatro di guerra. La maggior parte dei giornalisti si fa semplicemente da parte. Ma, come si domanda Fisk, che senso ha decidere di essere cosí indulgenti verso se stessi e verso le strutture di potere? Lo scopo del giornalismo non dovrebbe essere proprio quello di mettere costantemente in discussione queste strutture? Giuliana Sgrena, e insieme a lei tutti gli che si sono spinti fuori dalle pareti dei loro alberghi, rinunciando alla comodità di uninformazione da sotto-segretario dAmbasciata, hanno messo in discussione loperato dei loro governi, si sono spinti in un territorio minato dimostrando la parzialità di un giornalismo che non ha mai varcato la soglia di quel territorio, e soprattutto la sua cattiva coscienza, dal momento che nessun sedicente inviato di guerra metterebbe a repentaglio la propria credibilità con la pacifica ammissione: Scusate, non ne so niente, in quel posto io non ci sono mai stato. |