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AUTOCENSURA

How censorship and self-censorship works in Italy.

   | Andrea Purgatori (Roma). La censura siamo noi. Noi giornalisti, prima di tutto. La notizia ha una sua vita indipendente, ha le spalle grosse, trova sempre una via. Anche se spesso è uno slalom. Anche se a volte invecchia. Ma non importa. Resta notizia, e in quanto tale sopravvive al giornalista.
   Personalmente, i casi di vera censura che ho vissuto o di cui ho saputo, sono stati pochissimi. I casi di autocensura sono tanti, quotidiani, e rappresentano la nuova spina dorsale (malata) dell’informazione italiana.
   Una premessa. Il sistema mediatico in questo nostro Paese si è sviluppato senza alcun controllo né regole certe. Il conflitto di interessi che avviluppa l’esistenza personale e politica del signor Silvio Berlusconi non comincia e non finisce con la televisione. E con lui. È endemico. In Italia abbiamo editori di giornali che fabbricano automobili, palazzi, computer, scarpe, succhi di frutta, che gestiscono imprese e società finanziarie, banche, cementifici, impianti tessili. Nessuno di loro investirebbe un solo centesimo nella carta stampata — che produce perdite e quasi mai profitti — se non ne ottenesse in cambio una contropartita che niente ha a che fare con l’informazione pura.
   La contropartita è il potere. Di influire direttamente o indirettamente sulle scelte politiche che, come ricaduta, producono infine quell’utile che rende sensato un investimento nel mondo dell’informazione.
   Esempio. Un costruttore di palazzi che voglia incidere su un piano regolatore, acquista il quotidiano piú importante della città nella quale sono radicati i suoi interessi. E questo, banalmente, spiega come un investimento in perdita secca nell’editoria possa invece produrre un benefit di importanza strategica dal punto di vista finanziario, commerciale, industriale.
   A questo punto, il giornalista che lavora per il quotidiano del costruttore sa bene che ci sono aree di interesse nelle quali mai e poi mai gli verrà consentito di svolgere la sua professione. Allora gira al largo. Fa finta di non vedere, di non sentire, non scrive. Si autocensura.
   Il paradosso? Che nel panorama dell’informazione ideologizzata degli anni Settanta, la contrapposizione politica ha prodotto piú giornalismo investigativo (pił voglia di scavare, di scoprire e raccontare) di tutta la storia dell’informazione dalla costituzione della Repubblica.
   Invece oggi intere generazioni di giornalisti sono in viaggio col freno a mano tirato, un po’ senza rendersene conto e molto facendo finta che non sia cosí. L’autocensura fa bene alla coscienza. Dicono.

| Andrea Purgatori è giornalista del “Corriere della Sera”, noto in particolare per le sue inchieste sul caso Ustica.