contents
 
inside
europa
international
special
censorship & free media
cultur
 


 
special
intro
kritik der waffen (dt/it)
autocensura (it)
teatro di guerra (it)
vom freien willen (dt)
i love italy (it/fr)
press freedom today (en)
europeans without voice (en)
erst die zeitung, dann der krieg (dt)
berlusconese (it)
berlin nicht (dt)
the central scrutinizer (it/fr)
casualties (en)
giornalisti di fretta (it)
securing the global village (en)
      
GIORNALISTI DI FRETTA

A public meeting of journalists at the University of Rome

   | Erika Maddalena (Roma). Venerdì 4 Marzo 2005, ore 19: “Giornalismo e... Guerra, gli inviati”. La locandina del Teatro Palladio, Università Roma Tre, dice: “ospiti Giovanna Botteri, Toni Capuozzo, Duilio Giammaria, Andrea Margelletti, Monica Maggioni, Pino Scaccia. Cinque inviati di guerra accompagnati da un esperto di studi militari e internazionali come Andrea Margelletti discuteranno sul ruolo del giornalista di guerra fra ciò che deve o non può essere raccontato”. Penso: quale migliore occasione per imparare qualcosa sul giornalismo? Vado. Ero pronta a partecipare ad una interessante lezione, ad ascoltare storie di guerra vissuta e raccontata. Invece in quel teatro non ho assistito ma vissuto un’esperienza giornalistica. Pochi minuti prima dell’incontro, infatti, era stata liberata Giuliana Sgrena. Finalmente, dopo un mese di prigionia, la giornalista del “manifesto” era di nuovo libera. Alle ore 19 gli invitati erano perciò già tutti in fermento, i telefonini squillavano e alla scaletta programmata per la serata non pensava piú nessuno. Nonostante l’emozione generale si comincia con gli interventi. La Botteri inizia a parlare citando le prime parole che Tony Capuozzo pronunciò dall’interno della Basilica della Natività a Gerusalemme, quando, nel periodo dell’intifada, la chiesa era stata occupata dai guerriglieri con decine di persone prese in ostaggio, giornalisti compresi: “quando i giornalisti parlano di loro stessi o di altri giornalisti, vuol dire che qualcosa di terribile sta accadendo”. È vero, penso, ed era proprio ciò che stava avvenendo questo venerd́ di Marzo, anche se questa volta la notizia era una buona notizia. Poi la Maggioni ci ricorda che, quando c’era guerra dichiarata in Iraq, era molto piú facile fare il proprio lavoro di cronisti. Ora, se pur in pace, le condizioni a Bagdad rendono la propria incolumità troppo a rischio. Si continua a parlare sul palco, ma è evidente che tutti vogliono fare in fretta, tornare alle loro redazioni, ai posti di combattimento, rammaricati di non poter essere sul campo, in Iraq, a raccontare la storia di una collega. Ho la sensazione di vivere la vera sostanza di questo lavoro. Come dice Giammaria, ormai i giornalisti sono diventati lo strumento di un processo che non possono piú controllare. Il loro lavoro è stato risucchiato da un’attività propagandistica che include anche la “politica” dei rapimenti. Per questo, dice, “l’Iraq è una sfida al nostro mestiere”. La Botteri ci tiene a precisare che i giornalisti continuano ad essere nel mirino di chi non vuole testimoni scomodi, e perciò elimina chi in guerra non sta dalla parte di nessuno, ma vuole solo raccontare. Vediamo un paio di filmati. La proiezione però è breve. Alle ore 20.05 una nuova comunicazione: il convoglio che portava a casa la Sgrena è stato colpito per errore da fuoco amico. Gli americani hanno sparato contro la macchina con cui gli agenti dei servizi segreti stavano portando la giornalista all’aeroporto, e uno di loro ha perso la vita. L’inquietudine si respira in tutta la sala. Non è piú il momento di raccontare il giornalismo ma di farlo. Un minuto di silenzio in ricordo dell’agente scomparso e poi via tutti in prima linea, a leggere gli ultimi aggiornamenti. Questo è giornalismo in tempo di guerra.