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BERLUSCONESE

Words, word, words... The parlance of Berlusconi: An analysis of a demagogue.

Non senti ancora la bellezza della distruzione delle parole? Non lo sai che la neolingua è l’unica lingua del mondo il cui vocabolario si assottigli di piú ogni anno? Non ti accorgi che il principale intento della neolingua consiste proprio nel semplificare al massimo le possibilità del pensiero?
George Orwell, “1984”



 Christian Minelli (Roma). Nell’età della politica ridotta a spettacolo, il lessico della società dei consumi si sostituisce alla parola pubblica. Il discorso modellato sulla razionalità lascia il posto a stanchi giri di parole e il codice linguistico si affina sulla scorta dei bisogni dell’elettore-consumatore. Nel tempo della politica trasformata in marketing le strategie discorsive seguono le indicazioni dei pubblicitari e l’istituto del sondaggio ne misura il gradimento. Questo tempo, come suggerisce Prospero, non poteva che essere “il tempo di un maniacale professionista dell’immagine”: Mr. Silvio Berlusconi.
   Il Cavaliere non sa parlare. Modula il gesto e la voce, cura i dettagli del corpo e sa calcolare pause e intonazione, ma non conosce il lessico speciale della politica. Si esibisce in coraggiosi discorsi a braccio, ma l’eloquio è spento, ripetitivo: minima è la sorveglianza sulla sintassi, povero il vocabolario. L’enciclopedia da cui attinge è quella dell’economico e del quotidiano. Piú che al contenuto delle frasi, sembra interessato alla loro declamazione, e a mostrare il profilo migliore alla telecamera. Sentendolo parlare sembra che si lasci “guidare piú dal suono delle parole che dalle strette regole dell’ortografia” (Dickens). È un attore. Non ha cultura politica e le sue scelte lessicali rivelano una profonda trasandatezza espressiva.
   Ma Berlusconi sa comunicare. Le sue parole scorrono sul piano inclinato della comprensibilità, nessun termine oscuro, abolite le costruzioni sintattiche complicate, soppressi i funambolici procedimenti verbali della vecchia classe politica, quella del “politichese”. Il Cavaliere parla il lessico della Televisione. Della Pubblicità. Berlusconi è la Televisione. Il suo corpo coincide col corpo artificiale del mondo delle merci teletrasmesse. Berlusconi non persuade, seduce. Con il potere che emana il denaro, il successo. Con la plastica immobilità del sorriso. Il suo eloquio è infarcito di termini “ottimistici”, come: sviluppo, fiducia, traguardi. E termini che denotano pragmatismo: concreto, pratico, certezza. La sua politica è quella del “fare”, ma non trascura la componente irrazionale: si definisce un “sognatore a occhi aperti”, capace di realizzare “miracoli”. Il suo linguaggio assume spoglie diverse a seconda dell’interlocutore: agli industriali dice “sono uno di voi”, rivolgendosi agli agricoltori afferma: “anche io ho lavorato nei campi”, mentre alle casalinghe confessa di sentirsi un perfetto “donnino di casa”. È un linguaggio privo di referenti, ammantato di mitologia, di simboli. Ma efficace. Negli anni trascorsi a convincere aziende e consumatori a fidarsi di lui, del suo gruppo, ha affinato tecniche di persuasione e modalità di vendita. Berlusconi ha l’anima del venditore. Ha catturato il consenso degli italiani nel 1994 presentandosi come il “nuovo” e agitando promesse roboanti (“il milione di posti di lavoro”), ma nessuna parola viene pronunciata a caso. Il Cavaliere calcola l’effetto dei suoi interventi sull’elettorato come calcolerebbe il profitto di un acquisto in Borsa. Eppure il suo linguaggio ha poco di razionale: è il linguaggio del pathos, dell’emotività. Come in una pragmatica delle passioni, sviluppa il discorso intessendolo di riferimenti misticheggianti. Le sue asserzioni sono autoevidenti, non vanno spiegate. Le spigolosità della lingua razionale gli sono estranee, non può convincere — perché incapace — con un accorto uso di premesse e argomentazioni, ma nemmeno lo tenta. È all’uomo che bisogna credere. I giudici sono il “braccio armato della sinistra”, “il mercato è libertà”. Rifugge le domande, le dichiarazioni piú importanti le consegna via cassette registrate a giornalisti compiacenti; come nel romanzo di Orwell “è un volto sui manifesti, una voce dal teleschermo”. Nel paese di Berlusconia “va tutto bene”, il codice realista gli è estraneo: le realtà scomode vanno ritoccate anche sul piano del linguaggio: le sventure dei popoli del Terzo Mondo sono “inconvenienti” e i poveri delle nostre parti “coloro che sono rimasti indietro”. Con chi gli si oppone rivela una natura aggressiva: i giornalisti sono “cadaveri eccellenti”, “professionisti della mistificazione”; i magistrati dei “malati di mente”; l’opposizione è fatta di “signori che non hanno ancora tagliato i legami di sangue con i processi di Stalin”. Le sue affermazioni sembrano seguire il dettato di Goebbels: “anche la piú grande delle bugie diventa verità se ripetuta mille volte”. Gli piace fare la vittima: una delle tecniche piú abusate consiste nel formulare accuse insostenibili contro gli avversari, aspettare l’inevitabile reazione e poi lamentarsi di essere stato frainteso, passando dal ruolo di carnefice a quello di martire.
   Berlusconi è l’espressione di “una malattia del linguaggio”. In politica il linguaggio è una spia di contenuti piú profondi. Il discorso politico di Berlusconi è lo specchio di uno svuotamento di senso della vita associativa, la naturale rappresentazione verbale della bruttezza di questi tempi. È un linguaggio che guarda al cittadino come fosse un consumatore, fa appello al suo edonismo, ai suoi desideri. Con Berlusconi il privato si appropria dello spazio pubblico, la “sfera pubblica” si trasferisce direttamente nella piazza elettronica. È qui che l’ideologia del berlusconismo si dispiega con inconsapevole efficacia, tra tv del reality e informazione manipolata, sogni di benessere e detersivi. Pubblicità.

| chruni@libero.it