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SUDAN, MA QUALE PACE?

Before we can talk about “university” in Sudan we have to talk about the exodus.

   | Emma Farnè (Roma). Gennaio 2005: la pace arriva in Sudan, con gli accordi fra il governo centrale di Khartoum e i ribelli del Movimento popolare di liberazione, rappresentati da Garang. Tutti soddisfatti, nello stadio di Nairobi: il vicepresidente sudanese Taha, il presidente dell’Unione africana Obasanjio, e anche Colin Powell, presente alla cerimonia. Ma allora, dov’è il problema di cui tutti i media stanno parlando?
   Andiamo per ordine. Il Sudan è indipendente dalla Gran Bretagna dal 1959: nello stesso anno scoppia una rivolta, che nel 1983 si trasforma in guerra civile fra gli abitanti della regione cristianizzata del sud, contro quella islamizzata del nord. Le due regioni sono distanti in maniera incolmabile, per ragioni economiche, politiche e anche religiose.
   In piú, a ovest del paese, ovvero nel Darfur, la desertificazione avanza, rendendo le aree verdi sempre piú esigue. Le differenze fra arabi e non arabi nella zona (anche se la classificazione è molto restrittiva, e come dire, di prospettiva occidentale) non dipendono solo dalla religione, ma anche dalle attività cui si dedicano: gli arabi sono nomadi, e si dedicano alla pastorizia, spostandosi per la regione in cerca di pascoli seguendo la stagione delle pioggie: i non arabi sono stanziali e vivono di agricoltura e la rivendicazione della proprietà del Darfur (dar-fur vuol dire “proprietà tribale”, “territorio dei fur”, l’etnia principale della zona) affonda le sue radici nella storia. Nonostante tutte le differenze, la coabitazione è stata possibile per anni, finchè la distanza è diventata incolmabile e il governo di Khartoum ha abbandonato politicamente ed economicamente la zona.
   A ciò si è aggiunta la guerra civile nel resto del paese, combattuta dall’Spla (esercito di liberazione per l’indipendenza del sud del Sudan, guidato da Garang) contro il governo. Il petrolio, di cui il paese è ricco, ha fatto il resto.
   Il risultato è stato un conflitto di proporzioni enormi: un genocidio di massa nella regione del Darfur e la guerra nel resto del paese, che ha portato due milioni di rifugiati, migliaia e migliaia di morti, e un conflitto orribile, fatto di violenze su bambine e donne, incendi di villaggi, distruzione e depredamento. L’esercito indipendentista lasciava sulla pelle degli uomini dei paesi un tatuaggio a fuoco per testimoniare il suo passaggio, quando non uccideva gli abitanti. Ora nel Darfur, nei campi di rifugiati, si spinge la popolazione a tornare nelle loro zone di origine, poiché la pace è stata siglata. Ma dove dovrebbero tornare, queste persone? Le case sono state bruciate, e la zona è in mano a bande di ribelli che se non ammazzano chi torna, minacciano la gente di dover ritornare nei campi di sfollati.
   La crisi del Darfur e le vicende del resto del paese sono strettamente collegate fra loro, e il governo centrale è stato quasi costretto dalla comunità internazionale a trovare un accordo. In poche parole, una soluzione non africana per un problema africano. E per cosa? Il petrolio, ovviamente! L’accordo siglato a gennaio a Nairobi con l’esercito indipendentista del sud del Sudan riguarda zone ricche di petrolio sfruttate e contese da ditte americane, cinesi, indonesiane. La zona potrà decidere fra sei anni (sei anni!) se diventare indipendente o meno, con un referendum. In pratica, questo significa che per sei anni la regione sud del Sudan sarà amministrata contemporaneamente dalle truppe di Garang, capo dell’esercito indipendentista, dal governo di Khartoum, e da quello creato dagli accordi di Nairobi. La gente è confusa, viene fermata per strada da tre corpi di polizia diversi, di cui quello di Garang esercita continuamente violenze per espropriare, derubare, uccidere le popolazioni che vivono nel sud.
   A ovest, invece, la situazione è tragica: la zona non è stata politicamente regolata dalla pace di Nairobi. Inoltre vi sono un milione di sfollati, un’epidemia di polio, migliaia di morti di cui non si sa la cifra esatta. Le persone stanno morendo di fame e di stenti. Obasanjio, il presidente dell’unione africana vuole dare un’impronta africana a un problema africano: in poche parole risolvere la crisi del Darfur autonomamente. Ovvero, non accetta aiuti dal resto del mondo, dichiara che nel Darfur è tutto sotto controllo e che le cose stanno andando benissimo, per non scontentare sia gli esponenti arabi che vogliono mantenere il controllo della zona, sia per attuare il progetto di un gigantesco oleodotto finanziato dalla Banca Mondiale e dal Fondo monetario internazionale, che porta il petrolio dal Ciad meridionale fino alle coste del Camerun, per 1100 chilometri di tubi. Il Darfur dovrebbe concedere i territori per il raccordo. Tutto un bel business, insomma. Inutile inoltre dire che negli ultimi due mesi, ottenere un visto giornalistico per il Sudan è diventato quasi impossibile.