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IMMERSIONE TOTALE?

“Full immersion” — the questionable experience to learn a foreign language in two weeks

   | I.Z. (Firenze). Da alcuni anni insegno italiano a studenti di diversa madrelingua presso un istituto per stranieri di Firenze, dove mi è spesso capitato di occuparmi di corsi intensivi che, in questo istituto, consentono agli allievi di essere seguiti individualmente da un insegnante per un totale di otto ore al giorno. Su specifica richiesta degli studenti le lezioni hanno un carattere prevalentemente comunicativo e si svolgono in classe con l’eccezione del pranzo. Raramente un corso di questo genere dura piú di due settimane.
   Nelle scuole per stranieri, come è noto, troviamo studenti molto diversi non solo per provenienza geografica ma generalmente coloro che scelgono la full immersion possono essere raggruppati in tre categorie principali: ci sono infatti i principianti assoluti che, nella stragrande maggioranza dei casi, vorrebbero imparare, in un arco di tempo relativamente breve, tutto lo scibile possibile pretendendo, talvolta, di arrivare ad esprimersi in italiano corretto e fluente già dopo poche ore dall’inizio del corso. Abbiamo poi tutta una serie di studenti non particolarmente motivati, costretti a seguire le lezioni da esigenze meramente lavorative o strettamente personali. Per molti di questi il corso costituisce, a volte, piú un momento di frustrazione che una piacevole occasione per imparare una nuova lingua. Il loro atteggiamento è spesso passivo e poco collaborativo e questo non facilita il compito dell’insegnante che, per andare loro incontro deve assumere le sembianze di un tutor o di uno psicologo. Non mancano, tuttavia, allievi fortemente motivati che, avendo già una buona conoscenza della lingua, desiderano migliorarsi e raggiungere specifici obiettivi. Non di rado, però, questi studenti desiderano approfondire linguaggi settoriali o argomenti tanto specifici quanto limitati e per lo piú sconosciuti ai non addetti ai lavori. Ricorderò sempre, a titolo esemplificativo, un simpatico operaio svizzero, specializzato nell’installazione di ugelli, con il quale trascorsi diverse giornate a parlare di forni di fusione, altiforni e materiali ignifughi...
   Senza arrivare a situazioni cosí estreme il problema principale resta quello di trovare continuamente nuovi ed interessanti argomenti su cui conversare. Otto ore sono lunghe da trascorrere insieme ed è anche innaturale doverle impiegare tutte in discussioni infinite. Per ovviare a questo inconveniente spesso si propongono attività alternative come la visione di un film o l’ascolto di una trasmissione radiofonica ma non sempre queste proposte vengono accolte con il dovuto entusiasmo. Non parliamo poi del pranzo che spesso deve essere consumato in fretta per non togliere minuti preziosi alla conversazione che, per contratto, deve essere sempre e comunque alimentata!
   Spesso mi chiedo quale reale valenza possa avere un corso cosí strutturato e quanto venga realmente appreso dagli studenti. Personalmente ritengo che sia da preferirsi la qualità alla quantità e che non sia sempre opportuno seguire corsi individuali cosí intensivi. Non voglio dire che una tale esperienza presenti soltanto aspetti negativi, è vero, infatti, che il confronto diretto e prolungato con la stessa persona arricchisce in moltissimi casi tanto il discente quanto il docente ma è innegabile che, nonostante gli sforzi e la buona volontà di entrambi, la stanchezza e la noia abbiano il sopravvento. La full immersion è dunque un’immersione completa o un annegamento totale? Io propendo per la seconda alternativa e lancio un appello disperato: “Chiunque avesse idee o proposte da suggerire lo faccia al piú presto. Un gruppo di insegnanti di un certo istituto privato di Firenze ringrazia tutti sin da ora perché rischia quasi quotidianamente di calare a picco per insufficienza di... scialuppe di salvataggio!”