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IL NUOVO DISORDINE MONDIALE

   | Mauro Turrini (Bologna). La guerra all’Iraq esaspera la direzione intrapresa dalla politica estera americana. I suoi veri obiettivi non sono gli obiettivi dichiarati — ripristinare la sicurezza interna e portare libertà e diritti ai popoli che soffrono l’oppressione della dittatura — ma i mezzi considerati legittimi per raggiungerli, vale a dire la guerra preventiva¹. Da qui il paradosso di Todorov, per cui “se si impone la libertà agli altri li si sottomette, se gli si impone l’uguaglianza li si giudica inferiori”.
   Il suo principio legittimante — il diritto di ingerenza — è alla base dello spirito interventista dei neocons americani. Proprio tale attivismo, combinato con l’interesse internazionalista e l’attrazione per la violenza, li porta a tradire quegli stessi valori liberali nel momento stesso in cui vengono assunti quali valori assoluti sui quali modellare l’intero globo. Sebbene un profondo disprezzo verso relativismo, multiculturalismo e pluralismo li leghi all’ideologia conservatrice, i neocons se ne distaccano negli assunti di base, in quanto “non vogliono assolutamente difendere lo status quo, fondato sulla gerarchia, la tradizione e una visione pessimistica della natura umana”.²
   Si fanno paladini di una crociata, di una rivoluzione permanente che imponga senza limiti (territoriali innanzitutto, ma anche di competenza) una concezione assoluta del Bene, la quale non può che travisare quegli stessi valori di libertà, prosperità e democrazia che intende esprimere. Avviene cosí il passaggio dal diritto d’ingerenza per ragioni umanitarie all’intervento militare volto alla protezione di queste ultime — anche se non giustificato dalla legittima difesa e quindi trasgressore del diritto di sovranità — fino al capolavoro della Neolingua: la guerra umanitaria.
   Le motivazioni profonde delle scelte degli USA risiedono nella volontà di estendere il loro modello di imperialismo egemonico, realizzando una 3a tappa — avendo raggiunto la prima nel secondo dopoguerra e la seconda nel biennio tra la caduta del muro di Berlino e la fine dell’URSS — all’indomani dell’11 settembre. Lo scacco subito doveva essere scongiurato da una dimostrazione di una pace imperiale imposta a livello globale con la forza che avrebbe ripristinato e suggellato il new global order statunitense, a cui avrebbero dovuto piegarsi anche le azioni individuali terroristiche. Né il terrorismo è stato sconfitto, né la sicurezza interna è stata ristabilita, né la democrazia in Iraq è stata instaurata, né, venendo allo scoperto, la guida mondiale è stata accettata facilmente da tutti, ad es. l’Ue. Oltre alle morti e alla distruzione in Iraq, l’unico risultato raggiunto sembra essere una crescita dell’intolleranza verso il dissenso (che ha dato vita ad una versione aggiornata del maccartismo, l’islamofobia, sancita giuridicamente dal Patriot Act), della demagogia e della manipolazione dell’opinione pubblica. Piuttosto che portare la democrazia in Iraq, la guerra di Bush jr. l’ha indebolita internamente, nel Paese che ne era il simbolo.
   Porre dei limiti all’esercizio del potere rappresenta la cifra del liberalismo, inteso come pluralismo, possibilità della differenza.Un insegnamento valido sia in ambito interno, l’eredità spirituale di Montesquieu, sia internazionale, come ha fatto Kant, teorizzando una coesistenza di Stati senza predominio.
   Cosí come la forza non esclude il diritto, ma lo compie rendendolo effettivo, allo stesso modo non si deve imporre un aut-aut tra Impero — l’opzione “pace attraverso l’Impero” — e Governo Mondiale — l’opzione “pace attraverso leggi universali”. La posizione degli Usa, quindi, non deve essere vista in antitesi rispetto a quella della Francia, che si è arrogata il ruolo di garante del diritto internazionale, vincendo la propria battaglia diplomatica in sede del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Prima di entusiasmarsi per il passaggio dal nuovo diritto universale all’oramai decrepito diritto dei popoli, bisogna soppesare il peso dell’equità con quello dell’efficacia, in quanto principio complementare a quella. “Un grande non accetta ordini e non si lascia costringere”, scrive Aron, facendo immediatamente presagire come la selettività nell’applicazione di sentenze della giustizia mondiale possa decretarne l’impossibilità. Guardando oltre l’utopia pacifista e quella imperialista, il compito dell’Europa è costituirsi come potenza tranquilla e sfidare con la minaccia della ritorsione e delle armi diplomatiche l’espansionismo della superpotenza americana, rispettando l’equilibrio fra potenze regionale. Elencare i valori politici e i riferimenti culturali che contraddistinguono una presunta identità europea può sembrare un esercizio inutile e pecca, evidentemente, di una certa ingenuità. Non di meno, già Rousseau riconobbe che “tutte le potenze europee formano tra loro una sorta di sistema per la comunanza d’interessi, il rapporto delle massime, l’uniformità dei costumi”. Da qui bisogna partire per dare all’Europa un progetto politico, un’idea per cui valga la pena di morire.

   L’11 settembre ha messo a dura prova la coesione europea. Nonostante l’arte diplomatica francese sia risuonata nel Palazzo di Vetro, esprimendo un sentire diffuso nell’opinione pubblica scopertasi per la prima volta europea, i vari Stati europei si sono divisi tra la fede ad un illusorio governo mondiale, il richiamo alla fedeltà verso NATO ereditata dalla Guerra Fredda e le preoccupazioni reali dei PECO di finire di nuovo nell’area d’influenza russa. La politica muscolare di Bush jr ha fatto emergere le debolezze e le fratture dell’Europa, incapace di esprimersi con coerenza nell’arena politica internazionale. Ha altresí fatto emergere cosa unisce gli europei e cosa li rende cosí deboli. Se la mancanza di fiducia in una politica estera europea è stata determinata sostanzialmente dalla sua effettiva debolezza, per la prima volta l’europeismo si è smarcato nettamente dall’atlantismo (in modo piú vistoso, ad es., rispetto alla questione palestinese). Ha mostrato, in particolare, di essere un progetto, sebbene ancora privo di mezzi, basato sull’equilibrio pluralistico mondiale e alternativo alla tracotanza della leadership statunitense. La forte accelerazione dalle presidenze Bush jr. svela tale linea diplomatica quale prodotto di un’ideologia neo-fondamentalista piuttosto che neo-conservatrice, rendendo cosí piú chiara, logica e netta una contrapposizione rispetto alla linea europea. Avendo come referente negativo non piú l’Altro esotico, minoritario, emarginato, bensí gli USA, l’Europa può cosí modellare un processo d’identità che sia autenticamente plurale. Rimanendo nell’alveo del liberalismo.

| Tzvetan Todorov: Il nuovo disordine mondiale. Garzanti, Milano 2003 (Lffont, Paris 2003)




Notes:
(1) Una sua prima formulazione si trova in “The National Security Strategy”, 20/09/2002, by R. Byrd.
(2) F. Fukuyama, “Wall Street Journal”, 24/12/2002