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GIORNALISMO GONZO

Reminiscence of the great Hunter S. Thompson, recently dead



   | Fabio Santelli (Roma). “Ma l’articolo di che? Nessuno si era disturbato a dirmelo. Cosí avremmo dovuto tirarlo su per conto nostro. Libera impresa. Il Sogno Americano. Horatio Alger strafatto di droghe a Las Vegas. Farlo subito: puro giornalismo gonzo”. Un giornalista sportivo e il suo avvocato samoano. Una Chevrolet decappottabile rossa — the red shark — e un carico di droghe da fare impallidire un narcotrafficante: erba mescalina LSD cocaina etere popper assunti in dosi massicce per rendere “un grossolano tributo fisico alle fantastiche possibilità di vita in questo paese”. Las Vegas, capitale del pi“ perverso e ipocrita conformismo americano, e un’articolo da scrivere sulla Mint 400 (una corsa per moto e dune-buggy nel cuore del deserto) perchè “we are, after all, professionals”.
   “Paura e Disgusto a Las Vegas. Una Selvaggia Cavalcata nel Cuore del Sogno Americano” (1971) è un epica psichedelica, un disperato on the road nella paranoia e nel delirio, il manifesto del gonzo journalism, il capolavoro di Hunter S. Thompson: King of Gonzo. Alcuni stralci della nota (auto)biografica contenuta nella prima edizione britannica del libro lo descrivono cosí: “H. S. T. è uno scrittore free-lance e un politicante fallito di Woody Creek, Colorado (dove si è candidato come sceriffo — rischiando di vincere — per un partito freak!), che ha cominciato a scrivere quando ha avuto bisogno di soldi per rianimare un poco il suo regime di vita ... è conosciuto, tra i suoi pochi amici, come un eremita coatto con un debole congenito per le 44 Magnum e la musica estremamente amplificata ... gli è stata assegnata una borsa di studio in giornalismo o qualcosa di simile, presso la Columbia University di New York, che però non ha dato i suoi frutti”. Quando per la prima volta (1969) si firmò con lo pseudonimo di Doctor Gonzo fu per un esilarante reportage sul Kentucky Derby — il prestigioso gran premio di galoppo degli Stati Uniti — il successo fu tale che la critica inserì Thompson tra gli esponenti del cosiddetto “Nuovo Giornalismo Americano”. Lo scrittore e amico Tom Wolfe in un recente articolo lo ricorda con queste parole: “La vita di Hunter, come il suo lavoro del resto, è stato un lungo ‘sbraito barbarico’ per usare una definizione di Whitman, un urlo di derisione — e di libertà alimentata dalle droghe — per tutte le possibili convenzioni, iniziato negli anni Sessanta”. Iconoclasta e provocatorio, i suoi reportage gonzo erano scritti con un tono ed uno stile inaudito — surreale ed allucinato — come nessuno aveva mai osato né visto e sentito prima. Alle costole del partito democratico durante molte campagne presidenziali, rimase celebre una sua clamorosa intervista a McGovern — candidato democratico sconfitto da Nixon nel 1972 — realizzata davanti ad un vespasiano. Intendendo il giornalismo investigativo come esperienza diretta, Thompson si infiltra per conto della rivista “The Nation” tra gli Hell’s Angels — la piú famosa banda di teppisti motorizzati che imperversava nella costa occidentale negli anni Sessanta — diventando uno di loro, fino al giorno in cui scoperto gli tagliarono la gola, avendo poi la premura di lasciarlo mezzo morto davanti ad un ospedale. Da questa esperienza ricaverà uno dei suoi classici: “The Hell’s Angels, a Strange and Terrible Saga of the Outlaw Motorcycle Gangs” (1967). L’ipocrisia insita nell’oggettività delle cose e la mera cronaca degli avvenimenti non lo interessavano, preferiva piuttosto fare irruzione dentro essi, riportando le sue memorie personali attraverso immagini incredibili, di selvaggia creazione e grande forza visionaria, rese dal suo sguardo spesso chimicamente alterato eppure sempre lucido nella lettura della sua epoca contemporanea: la consapevolezza che il Sogno Americano si era ormai tramutato in un terribile incubo, la morte dell’utopia in un paese irrimediabilmente perso in un abisso di conformismo consumista. Dopo il ’68 non era rimasto pi“ nulla degli ideali di un’intera generazione, la sua, le cui ambizioni finirono cosí per spezzarsi: “Avevamo tutto lo slancio, cavalcavamo la cresta di un’altissima e meravigliosa onda. E ora, meno di cinque anni dopo, potevi andare su una ripida collina di Las Vegas e guardare ad ovest e, con il tipo giusto di occhi, potevi quasi vedere il segno dell’acqua alta, quel punto dove alla fine l’onda si è infranta ed è tornata in dietro”.