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EUROBAROMETRO

The languages in the European Union, their importance beyond the national borders, corrispond to the political power of the countries they belong to.

   | Christian Minelli (Roma). Le statistiche servono a poco, se non vengono interpretate. E’ il caso di uno studio dell’Eurobarometro sulle lingue parlate nell’Ue, ricco di dati ma povero di nessi. Secondo l’agenzia, nata per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle politiche europee, le conoscenze linguistiche dei cittadini comunitari ruotano intorno ai vocabolari di tre nazioni: Inghilterra, Francia e Germania. L’inglese —la constatazione è ovvia— risulta la lingua piú parlata: il 16% della popolazione Ue l’adotta come madrelingua, mentre ben il 31% la parla come prima lingua straniera. Un europeo su due (il 47%), sa dunque comunicare in inglese, abbastanza almeno da poter sostenere una conversazione. La Francia si difende. Medesima percentuale sul parametro di lingua madre (16%), piú basso il dato relativo a quanti, nell’Ue, parlino il francese come lingua straniera: il 126#37;. La sorpresa giunge dalla Germania. Ad esprimersi in lingua tedesca è il 24% della popolazione dell’Ue, che sommato all’8% di coloro che la parlano come seconda lingua, avvicina la Germania ai fasti dell’Inghilterra. E gli altri Paesi? Decisamente trascurabili le percentuali di nazioni come Olanda, Portogallo, Svezia o Danimarca (rispettivamente al 7, al 3, ancora al 3 e al 2 percento del totale, di chi cioè parla questa lingua come prima o seconda). Più alto il dato di Spagna e Italia, le cui lingue sono parlate dal 15 e dal 18 percento della popolazione totale. La tendenza, però, premia ancora le prime tre nazioni citate, visto che negli Stati membri dell’Ue la lingua straniera piú insegnata è l’inglese, seguita dal francese e dal tedesco. Stessa classifica nella “percezione” dei cittadini europei su quali siano le lingue piú utili da conoscere. Se poi la Commissione europea si affanna a voler estendere la conoscenza dei cittadini ad altre lingue, lo fa solo perché interessata ai benefici economici, difatti —citiamo da un documento di Bruxelles— “le imprese hanno maggiori possibilità di vendere i propri prodotti se parlano la lingua del cliente”.
   La singolarità dello studio di Eurobarometro è quella di tracciare una mappa linguistica che corrisponde a quella che potrebbe fare un istituto di geopolitica sul peso politico in seno all’Unione europea dei diversi Stati membri. Non è un segreto la costituzione, seppure informale, di un direttorio europeo formato da Inghilterra, Francia e Germania che si riunisce al di fuori delle consultazioni ufficiali dell’Ue, spesso per decidere in anticipo ciò che poi avrà bisogno solo di una sanzione formale dell’Unione. L’inglese, lingua degli affari, il francese, il linguaggio dei trattati (quella che Leopardi definiva “lingua moderna per eccellenza”) e il tedesco, lingua poetica, rispecchiano l’influenza che i rispettivi paesi esercitano sulla politica europea.
   La “vecchia europa” sta tutta qui, in un nocciolo duro formato da una trilaterale (che include quell’Inghilterra interlocutore privilegiato dell’amico americano) tra cui corre un patto sotterraneo di conventio ad excludendum nei riguardi degli altri paesi. Con buona pace dell’(ex) cattolicissima Spagna e dell’Italia a misura di Berlusconi.