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LINGUE IN ESTINZIONE     français

Intervista a Massimo Cacciari. Di Luca Gualtieri

> L’Europa ha la sua Costituzione, un documento che, malgrado le polemiche suscitate, corona un ambizioso progetto. Ma, se cresce, all’interno dell’Unione, una coesione economica e politica, potremmo dire altrettanto nel campo della Cultura e della lingua in particolare? Esiste una lingua europea? O meglio, esiste una lingua che esprima e rappresenti questa nuova comunità sopranazionale?

> CACCIARI: No, per fortuna, non esistono una sola cultura o una sola lingua europea. L’Europa è fondata sulla pluralità e, personalmente, mi auguro che questa pluralità si conservi in futuro. Come piú volte è stato osservato, i paesi dell’Unione devono essere uniti nella diversità, devono cioè aprirsi ad un discorso comunitario senza ignorare il proprio bagaglio storico, culturale e linguistico. <

> La Questione Linguistica è all’ordine del giorno nella Commissione europea; gli esperti hanno individuato due soluzioni piuttosto antitetiche: incentivare l’apprendimento tra i cittadini europei di almeno due lingue straniere, oltre alla propria lingua materna, oppure promuovere la diffusione su tutto il territorio di un’unica lingua franca, l’inglese. Quale di queste soluzioni trova piú convincente e perché?

> CACCIARI: La seconda soluzione va benissimo. I programmi scolastici dei paesi dell’Unione dovrebbero garantire ai giovani l’apprendimento di una lingua franca.
   Il ruolo della scuola, in questo contesto, è fondamentale; è necessario che gli insegnanti siano di madrelingua inglese e che i bambini vengano subito a contatto con questa lingua, per apprenderla in modo ottimale.
   Quando ero giovane, ad esempio, circolavano pessimi insegnanti di inglese con una pronunciata cadenza veneta o napoletana: tutto questo ha procurato alla mia generazione gravi handicaps linguistici.
   La seconda lingua potrà essere studiata nel corso dell’adolescenza, ma l’inglese va appreso subito. <

> Non crede che l’egemonia di una lingua franca in paesi ad essa estranei, potrebbe ostacolare la comprensione del patrimonio culturale dei medesimi? Un italiano che lavorasse in Germania parlando esclusivamente inglese, difficilmente comprenderebbe a fondo la cultura e le tradizioni del paese.

> CACCIARI: Sí, il rischio c’è, ma trovo che sia inevitabile. È inutile che Le ricordi l’egemonia politica, economica, militare degli USA; non possiamo ignorare questa egemonia e, ci piaccia o no, dobbiamo accettarla. Potremmo fare un parallelo con il latino; ma anche quest’esempio sarebbe fuorviante, perché, ai tempi di Roma, esisteva ancora la fortissima concorrenza del greco come koinè linguistica e culturale, mentre oggi l’inglese domina incontrastato.
   Tuttavia, l’esperienza storica insegna che le lingue franche non hanno mai soppiantato in modo definitivo quelle nazionali: le due realtà posso convivere parallelamente. E se anche le lingue nazionali rischiassero l’estinzione, accettare questo rischio mi sembra piú corretto che rifugiarsi in chiusure identitarie e localistiche; operazioni di questo genere, oltre che frustranti ed impotenti, sono anche profondamente pericolose sul piano politico. <

> Ma una lingua franca non creerebbe problemi di integrazione non indifferenti tra stranieri e autoctoni; l’italiano che parli inglese in Germania non potrà mai integrarsi pienamente nella vita sociale e culturale tedesca. Qual è la sua opinione a riguardo?

> CACCIARI: Ma nulla vieta che questo benedetto italiano impari il tedesco. La fase storica che stiamo attraversando pone come conditio sine qua non l’essere anglofoni, ma, viaggiando, possiamo benissimo imparare tre, cinque, dieci lingue. Che impedimento c’è? Anzi, trovo che il dinamismo del mondo contemporaneo ci favorisca in questa direzione. <

> La stessa scelta di una lingua franca ha poi un carattere arbitrario. Per certi paesi come la Slovenia, è forse piú importante conoscere l’italiano o il tedesco che non l’inglese; in questi casi l’introduzione di una lingua franca sembra quasi inutile. Inoltre nel “Piano Europeo per le Lingue”, approvato nel luglio 2003, il terzo punto precisa: “Valorizzazione delle lingue minoritarie e regionali, come promozione delle diversità, tra le lingue insegnate”. Cosa ne pensa?

> CACCIARI: E perché la Slovenia dovrebbe essere marginalizzata? Guardiamoci attorno: tutto parla inglese, anche nei paesi piú arretrati dell’Unione; l’economia parla inglese; la scienza parla inglese; l’informatica parla inglese. Anzi, proprio i nuovi arrivati dovrebbero sforzarsi di condividere un’identità linguistica che garantisca la crescita futura e la formazione di una classe dirigente. <

> A Bruxelles l’Italiano è una delle Cenerentole. Ovviamente l’Italia non è una superpotenza linguistica come Gran Bretagna, Francia o Spagna, ma qualcuno afferma che avrebbe potuto valorizzarsi di piú. Ad esempio, investire nella traduzione di opere letterarie, nella diffusione e nel sostegno del cinema italiano, nella produzione di programmi televisivi di qualità, proteggendo come hanno fatto i francesi il proprio mercato televisivo da produzioni americane di infima caratura. Cosa ne pensa?

> CACCIARI: Mi permetta di non essere d’accordo. L’Italia è un piccolo paese, ma la sua cultura è molto apprezzata all’estero e cosí la sua lingua. Negli ultimi anni c’è stato un boom dei corsi di Italiano negli USA, ma anche in Francia, Inghilterra e perfino in Giappone; a Tokyo gli insegnanti di italiano stanno facendo affari d’oro! Non è vero che la nostra lingua sia poco amata, soprattutto se si considera, lo ripeto, l’esiguo peso geopolitico dell’Italia. Certo si potrebbe fare di piú: potenziare i centri culturali all’estero o curare linee editoriali specifiche, ma stiamo già facendo molto in questa direzione. Le farò un esempio: sono stato deputato europeo e Le posso assicurare che a Bruxelles sono piú numerosi gli stranieri che conoscono l’italiano degli italiani che parlano inglese. Sorprendente, non trova? <

> Abbiamo parlato di lingua franca; in realtà ne esiste un’altra oltre all’inglese: l’esperanto. Stazioni radiofoniche in Australia, Brasile, Cina, Cuba, Ungheria, Italia, Polonia trasmettono regolarmente in Esperanto, come pure la Radio Vaticana e la RAI nelle sue trasmissioni per l’estero. Piú di 100 periodici e varie riviste specialistiche vengono pubblicati in questa lingua, e ogni giorno esce un nuovo libro. Esistono inoltre varie centinaia di liste di discussione elettroniche in rete. Come guarda a questo esperimento linguistico? Può davvero diventare una lingua ecumenica?

> CACCIARI:Ma non scherziamo! Le lingue le fanno i parlanti non i cultori di giochini enigmistici. L’esperanto è il prodotto di una vecchia cultura di stampo massonico che riprende il sottoprodotto dell’Illuminismo. <

> Ritiene che Internet con il suo Netspeak possa facilitare l’omologazione linguistica dell’Europa?

> CACCIARI: Internet può essere una grande opportunità, visto che moltiplica le comunicazioni e mette in contatto lingue diverse. Il problema però è il degrado della comunicazione a pura informazione, tipico della nuova cultura multimediale; in essa assistiamo ad una progressiva banalizzazione del linguaggio, alla quale contribuiscono e-mail, sms, chat e altro. Possiamo ben dire in questo caso che il mezzo fa il messaggio. Il reale problema, dunque, non è che internet divulga l’inglese, ma quale inglese viene divulgato: una lingua complessa o una lingua semplificata, scarnificata, ridotta a pura informazione? <

> Una domanda piú generale; quale può essere l’apporto di un intellettuale e, in particolare, di un filosofo nel definire i contorni di una futura lingua europea?

> CACCIARI: Riallacciandomi a quanto appena detto, ritengo che compito dell’intellettuale sia far comprendere la fondamentale differenza tra comunicazione e informazione, una differenza di cui ci accorgiamo sempre meno. Semplificando molto, la comunicazione è un processo dialettico legato al rapporto interpersonale e allo scambio dialogico, mentre l’informazione è una secca trasmissione di dati.
   Credo che qualsiasi riflessione sulla lingua debba partire da considerazioni di questo genere. <<

| Massimo Cacciari è nato a Venezia il 5 giugno 1944, si è laureato in filosofia a Padova ed è ordinario di Estetica presso l’Università della sua città. È stato tra i fondatori di alcune delle piú importanti riviste italiane di filosofia e cultura, da Angelus Novus (1964-1974) a “Contropiano” (1968-1971), a Laboratorio politico (1980-1985), a Il Centauro (1980-1985) fino a Paradosso, nata nel 1992 e diretta con S.Givone, C.Sini e V.Vitiello. È’ stato deputato al Parlamento dal 1976 al 1983. È membro di diverse istituzioni filosofiche europee, tra cui il Collège de philosophie di Parigi. Dal l995 è Sindaco di Venezia. OPERE: Sulla genesi del pensiero negativo, in Contropiano, 2, 1968; Ristrutturazione e analisi di classe, Padova, 1973; Piano e composizione di classe, Milano, 1975 (con p. perulli). Metropolis, Roma, 1973; OIKOS. Da Loos a Wittgenstein, Roma, 1975 (con f. amendolagine); Krisis, Milano 1976; Pensiero negativo e razionalizzazione, Venezia, 1977; Dallo Steinhof, Milano 1980; Icone della legge, Milano 1985; L’Angelo necessario, Milano 1986; Dell’inizio, Milano 1990. PENSIERO: La ricerca filosofica di Cacciari prende avvio dallo studio del “pensiero negativo”, anti-dialettico, tra Schopenhauer e Nietzsche, di cui analizza le connessioni con la cultura letteraria, artistica e scientifica del primo Novecento, soffermandosi in particolare sulla finis Austriae. In particolare l’approfodimento del Nietzsche di Heidegger lo ha portato a una riconsiderazione dell’intera storia della metafisica e dello stesso paradigma interpretativo heideggeriano. Nei suoi ultimi lavori la problematica filosofica si intreccia con quella teologica, secondo una linea che si potrebbe definire di rivisitazione critica della tradizione platonica. Parafrasando Heidegger, il suo problema potrebbe essere sintetizzato cosí: che cosa significa “pensare”, in un’epoca in cui la filosofia appare definitivamente specializzata in ambiti particolari? Vi è “inizio” del pensare, nel senso che il pensare possa assumere proprio l’“inizio” a suo problema? La storia filosofico-teologica europea incentrata sulla nozione di “Deus-Esse” quale “principio” è interrogata dall’Autore alla luce di questa domanda.





QUELLE LANGUE PARLE L’EUROPE?     italiano

Entretien avec Massimo Cacciari. Par Luca Gualtieri (Traduction par Marian Nur Goni)

> L’Europe a sa Constitution, une charte qui, malgré les polémiques suscitées, couronne un projet ambitieux. Mais si une cohésion économique et politique s’installe progressivement à l’intérieur de l’Union, pouvons-nous en dire autant au niveau de la Culture en général et des langues en particulier ? Pouvons-nous d’ores et déjà parler d’une langue européenne? Mieux, existe-il une langue qui exprime et représente cette nouvelle communauté internationale?

> CACCIARI: Non, heureusement il n’existe pas une seule culture ou une seule langue européenne. L’Europe est fondée sur la pluralité et personnellement je souhaite que cette pluralité ne se perde pas par la suite. Comme il a été plusieurs fois remarqué, les pays de l’Union doivent être unis dans la diversité, ils doivent s’ouvrir à un discours pluriel sans pour autant abandonner et délaisser leur mémoire historique, culturelle et linguistique. <

> La question linguistique est à l’ordre du jour de la Commission européenne; les experts ont proposé deux solutions, l’une à l’opposé de l’autre. La première proposition vise à encourager les citoyens européens à apprendre au moins deux langues étrangères, en plus de leur langue maternelle. La deuxième solution propose de promouvoir la diffusion d’une seule langue passe-partout, l’anglais, sur l’ensemble des territoires. Quelle solution vous parait la plus convenable et pourquoi?

> CACCIARI: La deuxième solution est très bien. Les programmes scolaires des pays de l’Union devraient garantir aux jeunes l’apprentissage d’une langue passe-partout. Le rôle de l’école, dans ce contexte, est fondamental; il est important que les enseignants soient de langue maternelle et que les enfants apprennent de suite l’anglais afin de le maîtriser. Quand j’étais à l’école il y avait des professeurs de langue anglaise aux accents napolitains ou vénitiens: cela a provoqué de graves difficultés linguistiques pour ma génération. Une deuxième langue pourrait être étudiée plus tard, mais il est clair qu’il faut apprendre l’anglais dès l’entrée à l’école. <

> Ne croyez-vous pas que l’hégémonie d’une langue passe-partout dans des pays étrangers à celle-ci puisse entraver la compréhension du patrimoine culturel de ces mêmes pays? Prenons le cas d’un Italien qui travaillerait en Allemagne et qui ne parlerait que l’anglais... il pourrait difficilement comprendre la culture et les traditions du pays.

> CACCIARI: Oui, le risque existe mais je crois que c’est inévitable. Il est inutile que je vous rappelle l’hégémonie politique, économique, militaire des USA; nous ne pouvons pas ignorer cette hégémonie, qu’elle nous plaise ou non, nous devons l’accepter. Nous pourrions peut-être faire une comparaison avec le latin, mais même cet exemple est fourvoyant car à l’époque de Rome il y avait encore l’influence très forte du grec en tant que koiné linguistique et culturelle, tandis qu’aujourd’hui l’anglais règne en maître absolu. Toutefois, le processus historique nous a enseigné que les langues passe-partout n’ont jamais anéanti les langues nationales, les deux pouvant coexister parallèlement. Et même dans l’hypothèse où les langues nationales risqueraient l’extinction, il me semble plus approprié d’accepter ce risque que de se réfugier dans des replis identitaires et limités. Des opérations de ce type, frustrantes et impuissantes, sont dangereuses sur le plan politique. <

> Une langue passe-partout ne créerait-elle pas d’importants problèmes d’intégration entre autochtones et étrangers? Ce même Italien qui parle anglais en Allemagne ne pourra jamais s’intégrer dans la vie sociale et culturelle allemande. Quel est votre avis à ce sujet?

> CACCIARI: Rien n’empêche ce sacré italien d’apprendre l’allemand! La phase historique que nous vivons actuellement nous impose d’être impérativement anglophones, mais en voyageant, nous pouvons apprendre bien d’autres langues! Il n’y a aucun obstacle à cela. Je trouve au contraire que le dynamisme contemporain nous favorise dans cette tâche. <

> Le choix d’une langue passe-partout a un caractère arbitraire. Pour certains pays comme la Slovénie, il est peut-être plus important de connaître l’italien ou l’allemand que l’anglais, dans ces cas, l’introduction d’une langue passe-partout me semble quasi inutile. De plus, dans le “Plan Européen pour les Langues” approuvé en juillet 2003, le troisième article précise: “Parmi les langues enseignées, il faut valoriser les langues minoritaires et régionales comme promotion des diversités”. Qu’en pensez-vous?

> CACCIARI: Et pourquoi la Slovénie devrait être marginalisée? Regardons autour de nous. On parle anglais partout, même dans les pays moins développés. L’économie parle anglais, la science parle anglais, l’informatique parle anglais. Je crois au contraire que les nouveaux pays arrivés devraient s’efforcer de partager une identité linguistique qui garantirait la croissance future et la formation d’une classe de hauts fonctionnaires. <

> A Bruxelles, l’italien est une langue mineure. Bien sûr, l’Italie n’a jamais été une superpuissance linguistique comme ce fut le cas pour la Grande-Bretagne, la France ou l’Espagne, mais on affirme par-ci par-là qu’elle aurait pu mieux se défendre. Par exemple en investissant dans la traduction d’œuvres littéraires, dans la diffusion et le soutien au cinéma italien, dans la production de programmes télévisées de qualité ou bien en protégeant, comme les français, son propre marché des productions américaines. Quel est votre sentiment à ce sujet?

> CACCIARI: Permettez-moi de ne pas être d’accord avec vous. L’Italie est un petit pays mais sa culture est très appréciée à l’étranger, de même que sa langue. Dans les dernières années il y a eu une nette augmentation des cours d’italien aux Etats-Unis, en France, en Angleterre et cela jusqu’au Japon. A Tokyo les enseignants d’italien sont très demandés. Ce n’est pas vrai que notre langue n’est pas aimée, surtout si l’on considère le poids géopolitique exercé par l’Italie, somme toute, très exigu. Certes, on pourrait faire plus et mieux: donner plus de moyens aux centres culturels à l’étranger ou soigner des lignes éditoriales spécifiques. On fait déjà beaucoup d’efforts en cette direction. Je vais vous donner un exemple: j’ai été député européen et je peux vous assurer qu’à Bruxelles les étrangers qui maîtrisent l’italien sont plus nombreux que les italiens qui maîtrisent l’anglais. C’est surprenant, n’est-ce pas? <

> Nous avons déjà parlé des langues passe-partout; en effet, il en existe une autre: l’espéranto. Des stations radiophoniques en Australie, au Brésil, en Chine, à Cuba, en Hongrie, en Italie et Pologne, transmettent régulièrement en espéranto, de même que Radio Vatican et la RAI dans ses émissions pour l’étranger. Plus de 100 périodiques et différentes revues spécialisées sont publiés dans cette langue et tous les jours un nouveau livre est édité. Par ailleurs, des centaines de listes de discussions électroniques existent sur le Net. Quel regard portez-vous à cette expérience linguistique ? A-t-elle des chances de devenir une langue mondiale ?

> CACCIARI: C’est de la blague! Les langues sont faites par ceux qui la parlent. Ce n’est pas un jeu d’initiés. L’espéranto est le produit d’une vieille culture d’empreinte maçonnique qui reprend à son tour le sous-produit du siècle des Lumières. <

> Vous pensez qu’internet et son netspeak peut faciliter un nivellement linguistique de l’Europe ?

> CACCIARI: Internet peut être une grande opportunité puisqu’il multiple les communications et met en contact les différentes langues. Le problème est le phénomène de transformation/dégradation de la communication en information. C’est typique de la nouvelle culture multimédia: nous assistons à une banalisation progressive du langage. E-mails, sms, “chats”, y contribuent largement. Nous pouvons bien dire qu’en ces cas le moyen fait le message. Dans cette optique, le vrai problème, c’est moins le fait qu’internet diffuse de l’anglais, que la question de quel anglais y est diffusé: une langue complexe ou une langue simplifiée, réduite à la seule information. <

> Une question d’ordre plus général: dans ce contexte, quel est l’apport de l’intellectuel, du philosophe dans la définition des contours d’une future langue européenne?

> CACCIARI: En reprenant les fils de ce que je viens d’affirmer, je considère que le rôle de l’intellectuel aujourd’hui est de faire comprendre la différence fondamentale existant entre la communication et l’information. Une différence dont nous nous apercevons de moins en moins. En gros (je simplifie): la communication est un processus dialectique lié au rapport interpersonnel et à l’échange qui dérive du dialogue, tandis que l’information est une sèche transmission de données. Je crois que n’importe quelle réflexion sur la langue doit débuter à partir de considérations de ce type. <<



  Massimo Cacciari est né à Venise le 5 juin 1944. Il est Professeur d’Esthétique à l’Université de Venise. Il a été à l’origine de quelques unes des plus importantes revues italiennes de philosophie et de culture: Angelus Novus (1964-1974), “Contropiano” (1968-1971), Laboratorio politico (1980-1985), Il Centauro (1980-1985) et Paradosso, née en 1992 et dirigée avec S.Givone, C.Sini et V.Vitiello. Il a été député au Parlement italien de 1976 à 1983. Il est membre de différentes institutions philosophiques parmi lesquelles le Collège de Philosophie à Paris. En 1995 il a été élu maire de Venise.
OUVRAGES: Sulla genesi del pensiero negativo, in Contropiano, 2, 1968; Ristrutturazione e analisi di classe, Padova, 1973; Piano e composizione di classe, Milano, 1975 (con P. Perulli). Metropolis, Roma, 1973; OIKOS. Da Loos a Wittgenstein, Roma, 1975 (con f. amendolagine); Krisis, Milano 1976; Pensiero negativo e razionalizzazione, Venezia, 1977; Dallo Steinhof, Milano 1980; Icone della legge, Milano 1985; L’Angelo necessario, Milano 1986; Dell’inizio, Milano 1990. Sa recherche philosophique débute par l’étude de la “pensée négative”, anti-dialectique, entre Schopenhauer et Nietzsche, dont il analyse les connexions avecla culture littéraire, artistique et scientifique du début du XXème siècle, en développant principalement la thématique de la finis Austriae. En particulier, l’approfondissement du Nietzsche d’Heidegger l’amène à une réflexion sur l’entière histoire de la métaphysique et du paradigme d’interprétation d’Heidegger. Dans ses derniers ouvrages la problématique philosophique s’entremêle à celle théologique, dans une lignée que l’on pourrait définir comme re-visitation critique de la tradition platonicienne. En reprenant Heidegger, son problème pourrait être ainsi synthétisé: que signifie “penser” dans une époque où la philosophie apparaît définitivement cantonnée à des domaines spécifiques? Y a-t-il “début” de la pensée, dans le sens où la pensée pourrait assumer le “début” en tant que son propre problème? Au vu et à la lumière de cette question l’histoire philosophico-téologique européenne centrée sur la notion de “Deus-Esse” comme principe est interrogée par l’auteur.