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PIETÀ PIETOSA

The victims of Tsunami need more than our pity: instead of just a debt moratorium the complete waiver

   | Leonardo De Micheli (Roma). L’Europa si è fermata. Questa volta non ci riferiamo alla difficile situazione economica che sta attraversando il “vecchio continente”, bensí alla giornata di lutto voluta dall’Unione Europea per commemorare le vittime del maremoto che ha colpito il sud-est asiatico. Alle 12 del 5 gennaio scorso, da Londra a Berlino, da Madrid a Roma, per tre lunghissimi minuti i cittadini europei hanno interrotto le loro attività per riflettere su ciò che è accaduto in quei luoghi dove forse poco tempo prima avevano trascorso le vacanze. E l’hanno fatto con l’unica lingua che possono parlare tutti, dal tedesco allo spagnolo, dall’operaio al dirigente d’azienda: un assordante silenzio. Certo, non possiamo credere che questo gesto abbia risolto i problemi di quelle popolazioni. E neanche possiamo illuderci di esserci puliti la coscienza dalle nostre malefatte: in quei luoghi le grandi multinazionali del turismo hanno arricchito i loro azionisti a spese delle foreste che avrebbero potuto limitare i danni dello tsunami. Ma questa è un’altra storia. I nostri media, invece, hanno preferito dissertare sul silenzio o su quanto siamo bravi a donare i nostri soldi. Ed enfatizzando sopra ogni limite queste nobili azioni, hanno finito per banalizzarle e ci hanno mostrato quanto sia ipocrita e provinciale il cosiddetto “uomo occidentale”. Un uomo che non sa tacere neanche innanzi al silenzio. E invece bisognerebbe riscoprire la funzione di questo strumento. Gli antichi romani, un popolo che in quanto a praticità non era secondo a nessuno, quelli del “primum vivere, deinde philosophari”, conoscevano benissimo il valore dell’otium. Nella società d’oggi, al contrario, l’ozio è visto come il male assoluto: il tempo è denaro e indugiare a considerare (che in latino significa “osservare gli astri”) la nostra vita e quella degli altri, è valutato antieconomico. Nonostante questo, lo scorso 5 gennaio ci siamo fermati, compiacendoci di noi stessi per aver compiuto un esercizio che dovremmo svolgere piú spesso e al quale avremmo l’obbligo di far seguire atti concreti che non si risolvano col dissolversi dell’onda emozionale che ci ha travolto.