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PUNA STAGIONE IN VIA NOTO

Students become travellers — if they want to go to one of Milan’s new university buildings

   | Luca Gualtieri (Milano). Un sondaggio avvenuto sul forum di Studentistatale (www.studentistatale.it) ha dato risultati allarmanti. Su un campione di 34 iscritti a Beni Culturali, l’82% preferisce la sede di Festa del Perdono a quella di via Noto. Alla notizia del trasferimento in via Noto del dipartimento di arte, musica e spettacolo, tra gli studenti serpeggiano malcontento e apprensione. Perché?
   Cominciamo con una riflessione logistica. Molte matricole si sono chieste: ma dov’è via Noto? — Si tratta di una minuscola traversa di via Ripamonti, alla periferia sud di Milano; cento metri piú in là sono prati e cascinali dove, d’inverno, la nebbia s’addensa fittissima, tagliata dal neon dei lampioni. Gli unici mezzi pubblici sono il tram 24, che offre un indimenticabile giro panoramico della città fino al Duomo e gli autobus 99 e 34; niente metrò.
   Ecco alcune testimonianze tratte dal sondaggio:
   “Per arrivare in via Noto devo farmi tutta Milano, in un tram affollato come una scatola di sardine... e farmi due ore di tram per due ore di lezione... e altre due ore di tram a tornare.. non mi pare il caso... poi in via Noto non c’è nulla”. — “Io ho seguito in via Noto i corsi degli ultimi due anni e, sinceramente, è un incubo! L’unica cosa buona è l’aria condizionata. ...Ah, il deserto è nulla al confronto! E le fotocopie costano ancora un occhio! Per non parlare poi di tutto il resto... insomma: rivoglio Festa del Perdono!”
   Non si tratta soltanto di pigroni che sognano l’Università sotto casa. Se si è creato questo clima deve esserci dell’altro.
   Dopo due passi in via Noto abbiamo dovuto ricrederci su molti punti. La nuova sede non è bella, è splendida! Due edifici eleganti e funzionali, aule linde e ariose, mediateche, laboratori informatici, videoteche, bagni puliti, condizionatori, maniglie da esposizione; i lavori sono tutt’ora in corso, ma il risultato finale si prospetta grandioso. Eppure tutta questa efficienza converrebbe piú a un’azienda che a un ateneo; la sede sembra concepita per preporre la laboriosità individuale alle relazioni umane. Mancano spazi aggregativi: atrii, chiostri, parchi, mense, aule studio, biblioteche (l’unica esistente ha orari discutibili): i luoghi dell’incontro e della socializzazione, dove svagarsi e fare cultura. Si perde cosí la dimensione collettiva, componente irrinunciabile del mondo studentesco; gli iscritti entrano ed escono dalla sede con silenziosa indifferenza, come impiegati prima o dopo il turno di lavoro; e intorno agli edifici, questo è vero: il nulla. Imbarazzante.
   Via Noto è l’ultima frontiera della nostra Università: l’Ateneo-container, l’Ateneo-azienda, l’esamificio che a ritmi tayloristici sforna sapere; via Noto è un capitolo (in)glorioso della nostra riforma: una promessa per il futuro.