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LEGGE 30

What about the future of work? — The Italian legislation doesn’t seem to care about it

   | Elisa Mariotti (Roma). Il mercato del lavoro ha suběto negli ultimi anni profondi cambiamenti. A scontarne le conseguenze sono stati soprattutto i giovani, per i quali diventa sempre piß difficile progettare un futuro, soprattutto dopo l’approvazione della legge 30 del 2003 e dei suoi decreti attuativi, che hanno imposto una repentina accelerazione al passaggio, iniziato nel 1999 con l’approvazione del Pacchetto Treu, dal concetto di “flessibilità” a quello di “precarietà”, modificando, in questo senso, anche la disciplina inerente la terziarizzazione e la formazione professionale.
   Prima dell’emanazione della legge 30 era obbligatorio, per cedere una parte di un’azienda, che questa fosse dotata di propria autonomia organizzativa, contabile o finanziaria. Tale legge prevede invece la possibilità di dividere un’impresa in piß parti anche se non sussiste né un’esigenza produttiva né un’autonomia funzionale del ramo aziendale da cedere. Permette quindi di frantumare le “soglie dimensionali” di un’azienda spezzando cosí il suo ciclo produttivo senza alcun controllo di sorta, poiché da la possibilità di moltiplicare gli appalti e i sub-appalti. Una disciplina di tal tipo andrà palesemente a ledere i diritti dei lavoratori, soprattutto dei giovani, poiché la terziarizzazione permetterà ai datori di lavoro di creare piß “sistemi aziende”, tutte con meno di 15 dipendenti, cosicché piß nessun lavoratore potrà godere della tutela dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori o della cassa integrazione.
   Per ciò che concerne la formazione, la legge 30 sostituisce i contratti di formazione-lavoro con i “contratti di inserimento”, in base ai quali i lavoratori sono inquadrati due livelli inferiori alla qualifica finale, con la possibilità, eventuale e non certa, di essere formati. In caso di nuove assunzioni sempre con questo tipo di contratto l’azienda gode di un “bonus” rispetto ai vincoli previsti prima dai vecchi CFL. La vecchia normativa, infatti, permetteva all’impresa di assumere con un nuovo CFL solo se aveva confermato in servizio almeno il 60% dei vecchi contrattisti. Per i nuovi contratti di inserimento tale obbligo si riduce al mantenimento in servizio del 60% meno 4 lavoratori. Cosí, se un’azienda aveva assunto 10 lavoratori in CFL, per poter assumere nuovi lavoratori con la stessa tipologia contrattuale doveva aver mantenuto in attività almeno 6 lavoratori; con il nuovo contratto di inserimento l’obbligo si riduce a 2 lavoratori, con un evidente vantaggio per i costi dell’azienda stessa.
   La nuova disciplina riguardante le terziarizzazioni e la formazione contribuisce quindi a frantumare e rendere ingestibile il mercato del lavoro, perché vuol dire meno tutele contrattuali, salari piß bassi e ancor meno ammortizzatori sociali, rendendo con ciò il lavoro un privilegio e non piú un diritto, in particolar modo per i giovani.

| il testo della legge: www.parlamento.it