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L’ARTISTA A CAVALLO. DENTRO L’ARMATURA

Intervista a Moni Ovadia

   | Fabio Rosana. Lo incontro nel camerino. È raccolto e meditabondo. Inizia a rispondere alle mie domande come se l’intervista facesse parte della sua riflessione e del suo flusso di pensieri. E soprattutto guarda negli occhi chi gli sta di fronte. L’ultima sua fatica letteraria è il libro Vai a te stesso, pubblicato per Einaudi. Dal 15 settembre sono inoltre cominciate le prove del suo nuovo spettacolo “L’armatura a cavallo” di Isaak Babel sulla rivoluzione bolscevica. Debutterà il 25 ottobre presso l’Arena del Sole di Bologna.

> La scoperta del valore di un artista è spesso postuma. Si può parafrasare la frase del suo libro l’unico ebreo buono è quello morto affermando che per la cultura ufficiale l’unico artista buono è quello morto?
> I poteri sono contrari alle eccezioni. L’artista è l’eccezione. Il potere è l’istituzione. Poi all’interno dell’istituzione ci sono persone intelligenti, molto aperte, bisogna essere onesti, ci sono persone molto brillanti. Però sicuramente l’istituzione per sua struttura tende all’autoconservazione. E quindi siccome l’artista che emerge è eccentrico rispetto alla mainstream, tendenzialmente viene rifiutato. <

> Nei confronti dell’idolatria del metalinguaggio della cultura ufficiale, secondo Lei un artista Abramo che compito ha?
> Deve essere intanto fedele a se stesso. Deve non piegarsi mai, non essere corrivo con le aspettative di chi fruirà il suo prodotto artistico però tenerne conto. Se tu, come è il mio caso, vai in palcoscenico, il pubblico esiste. Tendenzialmente pubblici veri, non pubblici di abbonati, di routine o fruitori di routine, intuiscono la verità. <

> Che cosa consiglia a un giovane che vuole “andare a se stesso”?
> Conoscere i propri limiti, la prima cosa. Noi possiamo conquistare l’infinito a partire dai nostri limiti. Mi spiego: Einstein è stato il piú grande fisico di tutti i tempi. Come violinista sarebbe stato un violinista di bassa lega... Un esempio su me stesso. Io da ragazzo ero piuttosto bellino. Avevo l’aria un po’ tenebrosa dell’intellettuale. Pensavo che, nelle arti sceniche, il mio destino fosse di essere che ne so un Amleto, un giovane Werther. Ho fatto successo facendo il vecchio ebreo pesante con la voce arrochita. Se me l’avessero detto vent’anni prima non ci avrei creduto. Ho scoperto che avevo un talento che non era esattamente quello in cui credevo.
   Non ci sono vie facili. Senza un travaglio interiore, senza una formazione particolare... è un po’ come per gli enfant prodige: un bambino può suonare a cinque anni meravigliosamente il violino, ma se non studia non diventerà niente. Non può esimersi da fare tutti gli studi, non può. Perché c’è un passaggio di formazione. Allora io credo che l’andare a se stesso implichi il mettersi in gioco, una costante rimessa in questione, il coraggio di andare incontro alle proprie paure, andare incontro al mondo, andare incontro alle proprie esperienze, non trovarsi delle giustificazioni.
   Ernesto Che Guevara in un discorso memorabile agli studenti diceva proprio: “Non voglio sentire scuse. Il nostro analfabeta sarà il laureato. Nella Cuba socialista l’analfabeta sarà il laureato. Perché mi ha lasciato la fidanzata, perché mia madre... — non voglio sentire scuse”. Poi naturalmente Guevara era un poeta, allarga le braccia e scoppia a ridere perché lui è buffo con questo discorso però è un po’ come diceva anche Lenin, visto che siamo in un giornale di orientamento comunista: “Studiare, studiare e ancora studiare”. Uno per scrivere deve leggere. Quanto teatro ho visto in vita mia, quanto cinema ho visto e rivisto... leggere e rileggere, i classici soprattutto. Io non vedo l’ora di trovare il tempo di rileggere tutto Dostojevskij. Mi piace sbagliare cadere ricominciare. Io sono convinto che se un uomo sente in se stesso un progetto e ci sta dietro, non è seduttivo, sente questo progetto, per quanti anni lui aspetti lo riprende, lo riafferra, allora lui deve andarci dentro. Però certo non ci sono scorciatoie, non credo per lo meno, io non le ho trovate se ci sono. <