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CLARA DE QUIROS INTERVISTA MALERBA
 



> Scrittore, sceneggiatore o giornalista?
> Nei primi anni cinquanta ho diretto la rivista “Sequenze, quaderni di cinema” che mi ha introdotto nel mondo cinematografico romano. Ho cominciato a lavorare insieme a Cesare Zavattini alla sceneggiatura del film “Il cappotto” di Alberto Lattuada, un buon inizio. Dopo aver collaborato ad alcune sceneggiature ho diretto, insieme ad Antonio Marchi, il film “Donne e Soldati”. È stato un esperimento di film “storico dialettale”. Attori non professionisti (fra gli attori ha sostenuto una parte Marco Ferreri) e anche cavalli non professionisti perché abbiamo costretto dei cavalli da tiro a diventare cavalli da battaglia. Ma il mio mestiere era quello di scrivere dove l’invenzione non ha ostacoli perché scrivere un racconto o un romanzo significa lavorare in assoluta libertà, nessuno ti può imporre delle scelte o pretendere delle correzioni. Per quanto riguarda il lavoro di giornalista va avanti in parallelo con quello di scrittore. Ho collaborato al “Corriere della Sera” per una decina di anni e oggi collaboro a “La Repubblica”. <

> Qual’è lo stato di salute del cinema italiano?
> Dopo il periodo glorioso di Rossellini, De Sica e Visconti il cinema italiano ha continuato una linea di grande qualità con la generazione successiva di Fellini, Antonioni, Monicelli e vari altri ma negli ultimi anni al di fuori di Moretti, Benigni e Salvatores il cinema italiano ha perso la fantasia ed è diventato piccolo-borghese e claustrofobico. Bisogna dire che un colpo mortale il cinema italiano lo ha ricevuto quando il circuito statale di distribuzione Enic è stato venduto a società americane. Da allora il cinema italiano si è trovato strozzato dalla distribuzione ed è cominciata una lenta decadenza dalla quale farà molta fatica a risollevarsi. <

> La TV in Italia oggi: comunicazione o business?
> La televisione occupa oggi un grande spazio nella vita della nostra società sia dal punto di vista del semplice intrattenimento ma soprattutto come strumento di persuasione politica e come grande risorsa economica. In Italia la televisione è stato lo strumento che ha permesso l’ascesa politica di Berlusconi e ha fortemente contribuito alla formazione della sua enorme fortuna finanziaria. È una anomalia molto grave che il nostro Presidente del Consiglio sia il proprietario di tre canali televisivi ed eserciti la sua autorità e la sua censura sulla televisione di Stato. È successo dunque in Italia che la televisione non è piú politicamente attendibile e sia soprattutto un grande diffusore di programmi spazzatura. <

> Nel libro “Le maschere” Lei analizza la vita di un Papa che crede in Dio. Cosa hanno in comune secondo Lei la politica e la religione? Che ruolo ha oggi il Papa?
> Il papa Adriano VI eletto nel 1522 lasciò sgomenti i cardinali che lo avevano eletto quando si resero conto che credeva in Dio. Il mio romanzo si svolge nella Roma cinquecentesca, subito dopo l’elezione di Adriano VI di origine olandese, forse il Papa piú odiato della Storia della Chiesa. Da allora seguirono tutti Papi italiani fino a Carol Wojtyla, Giovanni Paolo II, Papa polacco che ha giocato un suo notevole ruolo politico nel crollo del comunismo. Ma il rigore contro l’aborto e contro il divorzio che sono stati interpretati come rigore moralistico della tradizione cattolica, in realtà nasconde il grande progetto di questo Papa, la sua ambizione di un aumento della popolazione cristiana nel mondo. <

> Pacifista?
> Vivo la contraddizione di molti pacifisti che devono applaudire alla caduta di un dittatore sanguinario come Saddam Hussein e si domandano se c’era qualche altra possibilità oltre alla guerra per eliminare un tiranno che aveva una mostruosa ricchezza personale mentre i bambini iracheni morivano per mancanza di cure e farmaci necessari. La lotta al terrorismo era soltanto un pretesto per mettere le mani sui grandi giacimenti petroliferi dell’Irak come era evidente a tutto il mondo. <

> Lei è credente?
> Sono credente a giorni alterni, subisco grandemente anche in questa sfera privatissima l’influsso degli eventi che cadono sotto i miei occhi. <

> Lei ha scritto sulla composizione del sogno. I Suoi sogni, cosa contengono?
> Il sogno è un fenomeno misterioso come tutte le manifestazioni della mente umana. Per me è un grande serbatoio di immagini, di idee, qualche volta di racconti già composti nelle linee essenziali. <

> Sogna mai a occhi aperti?
> I miei sogni con gli occhi aperti sono dei racconti o dei romanzi. <

> Nei Suoi romanzi si descrivono paesaggi e zone geografiche molto diverse. Di cosa ha bisogno uno spazio per diventare paesaggio?
> Qualunque spazio diventa paesaggio quando viene descritto da un pittore o da uno scrittore. <

> Perché Lei dice: “Dimentico per scrivere”?
> Perché dimenticare ha la funzione di lasciare libero lo spazio per nuove costruzioni. <

> Lei ha nutrito la letteratuta infantile con titoli come “Storie del anno 1000” o “Pinocchio con gli stivali”. C’è qualcosa che abbiano dato a Lei i bambini?
> Dai bambini ho imparato a guardare il mondo con ingenuità, con simplicità. L’ingenuità la può ottenere anche chi non è ingenuo per natura. È una specie di esercizio Zen senza il quale non si riesce ad interpretare il mondo incantato dei bambini. <

> Nel film Il Postino, Troisi chiede a Neruda cosa è la metafora. Mi definisce metaforicamente Luigi Malerba?
> Non posso definirlo metaforicamente perchè Luigi Malerba è già una metafora. <