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IL FESTIVAL DEL VOLANTINO D’EDIMBURGO

   | Gianni Bettucci. Uno crede di arrivare in questa bella e tetra città scozzese per assistere ad uno dei piú grandi festival di teatro “alternativo”, “sperimentale” o come dir si voglia, e si trova invece ad assistere ad uno dei piú grandi sprechi di carta del mondo. Ebbene sì, prosaica quanto si voglia, ma questa è la particolarità che colpisce maggiormente un debuttante del festival...
   È il primo festival del mondo in cui non vince il migliore (e forse di questi festival ce ne sono ormai veramente pochi) ma chi riesce a portare in sala un paio di spettatori. Gli sforzi creativi si concentrano, ahimè, nel vendere lo spettacolo porta a porta, nel convincere, con piú o meno raffinate tecniche retoriche, con spogliarelli o altri espedienti improvvisati in mezzo alla strada, il confuso spettatore che non si sa bene come, dovrebbe riuscire a districarsi all’interno di uno spaventoso programma di 350 spettacoli. Voci ben informate, pazzi che hanno raggiunto l’incredibile numero di 100 spettacoli, affermano che quest’anno dai 5 ai 15 possano essere ritenuti “interessanti”.
   Per lo piú il festival regala l’immagine di un teatro inglese poco coraggioso, schiacciato dall’ombra di una tradizione opprimente e da una commercializzazione del prodotto artistico. Non è un caso che l’80% degli spettacoli presentati al festival siano quest’anno stand-up comedy, spettacoli a basso costo, riproducibili in serie, e capaci di attirare orde di spettatori interessati per lo piú solo a farsi intrattenere. Le eccezioni, purtroppo, vengono dall’Europa ricca di una forte vena sperimentale. I 2 spettacoli piú belli visti al festival vengono dal Belgio e dalla Germania con les argonautes e i fabrik di Potsdam che hanno ricordato al festival che è possibile creare poesia e sublime arte con l’aiuto del solo corpo. Altro spettacolo degno di nota, e da non perdere nel caso inverosimile in cui approdasse in Italia, è l’irlandese “Only bright colours”, un divertente e straziante viaggio all’interno dell’affascinante rapporto che gli irlandesi intrattengono con la morte attraverso i mille volti e le mille voci di una talentuosa attrice. Il festival regala quindi poche perle ma offre un numero infinito di cozze, una per tutte “Stalin: il musical! Il meglio dal nuovo genere musical-genocidio!!!” Cosí recita entusiastica la presentazione sul volantino. Segno della decadenza dei tempi o semplice ironia inglese che sfugge ai piú?