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IL MOLINO STUCKI BRUCIA

   | Anna Trevisan. 15 aprile 2003, ore 14 e 30, l’elicottero impazzito gira sopra il tetto sventrato, si china sull’acqua, si inginocchia, intinge la benna, la riempie, la raccoglie, risale spargendo spruzzi inutili, subito inghiottiti dal fumo dal fuoco dal vento; in una danza senza posa, ripetuta fino allo sfinimento, in un’ostinazione dolorosa si piega e poi si eleva ancora. Le impalcature ormai sono ragnatele nere. Le fiamme si impennano alimentate dal vento secco.
   La gente guarda dalla riva opposta, in silenzio, la fumata bianca aranciata che si allarga nell’aria. L’evento concentra le persone nello sguardo; si impone nell’orizzonte familiare come uno strappo. A destra la silhouette grigia del mostro di Marghera osserva sardonica la cugina Giudecca bruciare; dirimpetto al Molino ci sono le Zattere, le fondamenta dove gli studenti arrivano per sdraiarsi sotto il sole. È la zona delle Università, dei bar, degli incontri; è la zona del fermento giovane a Venezia, dove d’estate si incrociano concerti, ritrovi, chiacchierate e gli apprendisti architetti giocano a immaginare di ridisegnarla.
   Doveva essere un albergo, il Molino Stucki, e ospitare pure un centro congressi e appartamenti; doveva essere promessa di soldi, entrate, movimenti, affari, prestigio; doveva segnare una rinascita economica la sua ristrutturazione! Prima ancora, qualcuno lo aveva proposto come studentato: sarebbe stata una manna per gli studenti, costretti a investire centinaia di lire per stanze buie e rattoppate; sarebbe stato un segnale forte di rinascita, di vigore, di apertura al nuovo, di investimento nella cultura di domani. Prima ancora, qualcuno lo aveva immaginato edificio di case popolari: sarebbe stato un progetto coraggioso, per nutrire la popolazione stanca e sempre piú sparuta di questa città per soli ricchi. Ma albergo si volle e albergo piacque.
   Un rombo, un boato rompono l’impotenza di chi sta a guardare. La gente sussulta: è crollato un orlo della torre. I mattoni cadono senza rimedio uno ad uno e una tristezza amara schiaccia l’aria. Quest’architettura industriale di fine Ottocento, che parlava a Venezia con linee strane e inconsuete, come uno straniero trapiantato che ha conserva l’accento della madrepatria, l’abitudine l’aveva resa un appuntamento familiare per l’occhio. Ora, vederla in pasto alle fiamme è desolante. Solo in qualche turista trova posto un’eccitazione curiosa e predatoria. È uno spettacolo che umilia ogni slancio, ogni devozione; che ti fa tornare in mente vecchi recenti ricordi e ti lascia incredulo come davanti ad un brutto film che non vorresti piú vedere: “non è possibile!” —ti dici— “dopo la Fenice non è possibile!”
   Venezia muore, a tradimento: non appena ti illude di nascere nuova, non appena ammalia con lusinghe di futuro, qualcosa di lei crolla e abbatte la dedizione innamorata che la gente le tributa. Arrivano i fotografi, la televisione, i flash: l’evento è già notizia, la promessa di rinnovo è già passato e il rogo del Molino si va ad aggiungere al penoso elenco delle ferite aperte: la Fenice che forse decolla, dove prima e uguale a prima, la laguna asfissiata, l’acqua alta che inghiotte, le lungaggini e le polemiche che strozzano gli interventi, quasi che un impedimento invisibile e tenace o forse una malia contenesse Venezia al riparo da ogni cambiamento, da ogni movimento, da ogni guarigione...
   Forse aveva ragione Marinetti: una colata di cemento sopra di lei!