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LA GAIA SCIENZA

Nel numero 0 di WORK|OUT Alberto Abruzzese sosteneva: “Tra gli adulti e i giovani sta franando ogni effettiva possibilità di comunicazione”. Alla sua tesi di una gioventù “felicemente ignorante” e degli adulti “tragicamente” oltrepassati che non si comprendono piú, una risposta di un suo collega, Armando Gnisci.

   | Sostengo che chi aveva vent’anni nel 68 —la mia generazione— ha avuto nella seconda metà del XX secolo il privilegio europeo (e occidentale) di poter liberamente decidere di ribellarsi all’orrore del potere fascista, neoliberista, e, se ha voluto, come gli anarchici e i situazionisti, anche di quello comunista. Un privilegio che solo un’altra generazione ebbe, in ambito europeo (e occidentale), quella che andò a combattere Franco in Spagna nella prima metà del secolo. Le altre generazioni sono state assoldate e mandate a morire in guerre mondiali e coloniali, oppure in guerre fredde, di spie, di partiti, sindacati e di università, giornali, editoria, affari: potere. O, dall’altra parte del muro dei mondi, ha potuto combattere per liberarsi dall’oppressione militare e politica dell’occidente: dagli algerini ai cubani ai viet-cong, fino ai palestinesi ai latinoamericani e agli irakeni; e dalla fame e dalla povertà indotte dall’occidente, come tutti i migranti dei nostri tempi.
   L’intervento di Alberto Abruzzese, nel primo numero di codesto bel trimestrale, a gennaio scorso, è proprio di un altro esponente della mia generazione, che fa il mio stesso mestiere (docente) e nella stessa università (La Sapienza): con due differenze, però. La prima è che io non insegno in un corso di sociologia della comunicazione di massa, ma letteratura comparata in uno di Letteratura Musica e Spettacolo; e con questa constatazione intendo proporre che forse sociocomunicamassa e alienazione intristita stanno strette tra loro in doppio legame, che le pone al centro della chiacchiera globale. La seconda è che io non mi sento “tragicamente legato alla [mia] propria sapienza” e quindi “disperato” e, infine “senza identità, ma solo assenza, cesura, disagio”, nei confronti degli attuali allievi ventenni. Ragione del nostro diverso sentire può essere il fatto che la sociologia della comunicazione di massa sembra, appunto, una disciplina disperata e dimessa, costretta a lavorare legata alla mola pesante e viziosa della sua “materia”: la “cacca/blob” della massa della comunicazione di massa. Un’altra ragione è che io, se mi sento a disagio, non è certo verso i giovani, ma per l’oppressione dell’attuale potere mondiale del disumano e dell’ingiustizia. Alla quale mi dedico da a ribellarmi. Incazzato e fuori della massmediocrazia, con l’animo, però, di un poeta surrealista e di un anarchico situazionista, contemporaneamente impegnato a imparare e insegnare a diventare critici almeno, se non ribelli, i ventenni che avanzano dal futuro. Per mezzo di una “Gaia Scienza” che ci fa camminare e istruire insieme.
   Scrivo queste cose non per proporre paragoni personali, ma per indicare due diverse anime di una generazione di umanisti occidentali, quella dei [circa] cinquantenni. Due anime che esistono e lavorano, insieme ad altre, ma tutte ben diverse tra loro. Attenzione, giovani, alle mani di cinquantenni nelle quali capitate. Non sono uniche e tutte uguali. Anche se vi sembra che stiano al centro del sapere.