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SARDO

   | Nicola Staffa. Qualche anno fa lessi un libro molto interessante di Bachisio Bandinu (lettera a un giovane sardo), che analizzava la gioventù che la Sardegna “produceva” per il nuovo millennio. Nel suo testo vi erano riportati gli elementi culturali che venivano a presentarsi nei nuovi giovani, elementi che non comparivano solo in quelli sardi ma anche, e forse da piú tempo, anche in quelli italiani. Tutto partiva dalla cosiddetta new economy, la nuova frontiera del benessere e della modernità, che garantiva facili e immediati guadagni senza muovere un dito. Questa “nuova” economia, figlia legittima del sistema economico capitalista, basato sempre sulla beata accumulazione del capitale e controllo del plus-valore, (non una novità quindi) ha generato una nuova identità culturale. Da un lato ha creato una forma di appagamento culturale, che è ancora radicato oggi. Da l’altro ha determinato una crisi d’identità in vasti settori della società: dalla democrazia della quasi rappresentanza a quella dell’immagine e dell’alternanza, con la trasformazione della politica in un semplice dialogo di salotto,fino ad arrivare alla crisi di identità dei singoli individui (peraltro non nuova quest’ultima). Il libro concentra la sua maggiore attenzione su questo secondo aspetto della crisi culturale, che in Sardegna è ancora piú facilmente identificabile visto che c’è sempre stato un forte sentimento di appartenenza alla terra sarda (oggi limitatissimo), basta vedere la lotta dei sardi nel combattere le chiudende o i cento anni di resistenza pura all’impero romano, oppure le lotte dei minatori. La crisi culturale sarda e riconducibile ad almeno 50 anni fa. Successivamente alla seconda guerra mondiale vi è stato un cambiamento, favorito anche da una classe dirigente sarda subordinata hai poteri forti e malata di opportunismo. Il cambiamento ha portato ha una forma di isolazionismo e sentimento anti-italiano della società sarda, abbandonando cosi la tipica identità dell’isola, approdando a una sorta di deviazione simile a quella becera di cui si fa sostenitore la lega-nord in Italia. Con il tempo l’isolazionismo sardo è scomparso e oggi è rintracciabile solo in alcune aree caratterizzato da una forte distrofia storica e culturale. Ma il problema non è finito qui, infatti negli anni 90 è iniziata una ennesima involuzione in due tappe dell’identità sarda: una è quella all’inizio degli anni 90 sostenuta da Bandinu e una analoga alla prima è quella che secondo me viene ha presentarsi oggi. La prima tappa è una reazione allo stesso isolazionismo, visto giustamente come espressione di una forte degradazione sociale.Il problema e che nelle nuove leve l’isolazionismo viene confuso come carattere tipico dell’identità sarda, da ciò ne deriva la definizione fuorviante: sardità = arretratezza. Il rapporto con l’isolazionismo nel libro non viene preso in considerazione, ma secondo me esso è decisivo per capire il rifiuto dell’essere sardo. Importante e come il rifiuto si manifesta, e questo nel libro viene spiegato in maniera eccezionale. I giovani della new-economy infatti acquistano l’identità attraverso un valore esclusivamente estetico. Per acquisire un’aurora di modernità devono indossare scarpe nike, ho comunque vestiti firmati, il non avere questo bagaglio estetico comporterebbe l’esclusione dalla modernità. Inoltre tutto ciò è rafforzato da persone che rifiutano di parlare la lingua sarda perché essa è espressione di arretratezza, mentre quella italiana rappresenta il linguaggio aulico. Tutto ciò sembra impossibile, ma invece è reale. Quindi attraverso un significante (i loghi delle multinazionali), si ottiene un significato, ovvero la patente di modernità e non quella superata e sottosviluppata di sardità. La seconda tappa e invece caratterizzata da una voglia di sardità. Anch’essa è legata al valore estetico come nella prima tappa: il vestito in velluto, i costumi sardi e le maschere tipiche e meno tipiche che hanno attirato in una maniera incredibile diverse persone. A questo punto possiamo individuare in questa seconda tappa due punti: l’importanza del valore estetico della prima ed allo stesso tempo la distrofia storico — culturale dell’isolazionismo. Quindi in quest’ultima fase che pare lontana dalle altre due, e invece strettamente legata, anzi tutte e tre hanno caratteristiche comuni. Le caratteristiche in comune sono tre: innanzitutto sono portatrici di anticultura, sono tutte prodotte dall’abbandono della classe dirigente verso il popolo sardo e infine hanno tutte e tre un nemico. Il primo e l’italiano (isolazionismo), il secondo il sardo (prima tappa), il terzo la modernità (la seconda tappa). Il problema di queste tre fasi e che non hanno mai creduto nell’emancipazione del popolo sardo, ma lo hanno visto sempre come incapace di formarsi da solo, nonostante esso sia stato per millenni autosufficiente, tollerante e per certi versi anche evoluto con forme di collaborazione e cooperazione che uno scrittore sardo le ha definite una sorta di comunismo primitivo. Saro anche ripetitivo ma penso che il recupero della nostra identità sarda sia possibile solo con una vera rivoluzione culturale dal basso, ma anche è soprattutto con un partito guida che ci dia la capacità di acquistare una coscienza (storico-politica-culturale).