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FINGERS IN THE FOUNTAIN WATER

   | Andrea Vaona. “We are bombing Egypt [...]. At the weekend I’m in Trafalgar Square. Fingers in/ the fountain water”. Stiamo per attaccare l’Iraq e a Londra i paragoni con l’attacco a Suez si spendono. Anche allora c’era stata una mobilitazione così massiccia contro la guerra come adesso, capace di svegliare alla vita politica migliaia di persone che non si sarebbero mai immaginate di alzarsi all’alba, salire su un autobus e manifestare camminando per un paio di ore per le vie di Londra.
   Anch’io prendo e vado e come Michael Rosen, il poeta delle prime righe, mi trovo nel weekend a Trafalgar Square. Sono assieme a tanti: si parla di due milioni. Vedo la fontana: dita nella fontana. Questa volta però il comizio finale non si tiene sotto la statua di Nelson, ma ad Hyde Park, quindi camminiamo ancora. Arriviamo nel parco e gli ‘speakers’ iniziano a parlare.
   Mi guardo intorno: siamo tanti ma nessuna bandiera rossa. Ci sono solo bandiere di paesi arabi. Ogni nazione la sua bandiera. Intorno ad ogni gruppo una pellicola invisibile che lo separa dagli altri. Accomunati solo da un unico avversario, neanche la guerra in generale ma questa guerra in particolare. Mi dico che il mio problema è proprio il titolo di questo concorso: comunista cerca comunismo... Mi dico che c’è stato un tempo in cui la ‘working class’ era capace non solo di coordinare manifestazioni a livello internazionale ma anche di esprimere un’idea amalgamante che sapesse unire popoli diversi nel colore rosso di una bandiera sola: l’internazionalismo. Mi chiedo da dove è iniziata questa separazione e mi torna in mente la poesia: “Then up steps/ Martin’s uncle John. His lips are tight. ‘They’ve gone/ in’, he says. ‘The tanks have gone in’. The all look/ at each other, scared and tired. It’s a blow. My father/ puts his hand thorough his hair. My mother rubs something/ invisible between her thumb and finger. It’s that bad./ I’m thinking that Anthony Eden must have sent the/ tanks towards the Suez Canal. ‘They’ll be in the streets/ of Budapest by now,’ John says”.